Una condanna per resistenza a pubblico ufficiale non legittima il diniego di concessione della cittadinanza.

Il Ministero dell’Interno non può rigettare la richiesta di cittadinanza ai sensi della L. 91/1992 perchè il richiedente è stato condannato per resistenza a pubblico ufficiale.

Il Tar Lazio, sez. Roma, con la sentenza n. 3279/2018 ha affermato che la mancata integrazione dello straniero richiedente la cittadinanza ai sensi dell’art. 9, lett. f, della L. 91/1992 non può essere desunta unicamente dall’esistenza a carico dell’istante di una condanna per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, ubriachezza e atti contrari alla pubblica decenza risalente nel tempo. Al contrario, afferma il Collegio che è necessaria una valutazione globale dello straniero, tenendo in considerazione la sua situazione lavorativa e familiare.


Pubblicato il 23/03/2018

N. 03279/2018 REG.PROV.COLL.

N. 05054/2011 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Prima Ter)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 5054 del 2011, proposto da:
Abdelkrim Achiq, rappresentato e difeso dall’Avvocato Davide Ascari, con domicilio elettronico eletto presso il seguente indirizzo PEC: davide.ascari@ordineavvmodena.it;

contro

il Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore, costituito in giudizio, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, con domicilio ex lege presso i suoi uffici in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

per l’annullamento

del decreto del Ministero dell’Interno K10/92236 del 28.12.2010, notificato l’8.3.2011, di rigetto dell’istanza volta ad ottenere la concessione della cittadinanza italiana ai sensi dell’art. 9, comma 1, lett. f), della legge n. 91/1992.

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Ministero dell’Interno;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore, nell’udienza pubblica del giorno 13 febbraio 2018, il Cons. Rita Tricarico e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

 

FATTO e DIRITTO

I – Il ricorrente è un cittadino marocchino, che assume di essere in Italia sin dal 1990.

Lo stesso in data 7.12.2005 ha presentato domanda di concessione della cittadinanza italiana.

Con nota del 9.6.2010, pervenuta al destinatario il successivo 16.6.2010, è stato dato preavviso di rigetto ai sensi dell’art. 10 bis della legge n. 241/1990 e s.m.i., secondo quanto riportato nel provvedimento conclusivo del procedimento stesso. Il ricorrente non ha presentato osservazioni.

I.1 – Con decreto del Ministero dell’Interno del 28.11.2010, notificato il 10.1.2011, è stata respinta la suindicata domanda di concessione della cittadinanza italiana.

II – Avverso tale provvedimento è stato proposto il presente ricorso, affidato alle seguenti doglianze: eccesso di potere e disparità di trattamento – ingiustizia manifesta – mancanza di idonei parametri di riferimento – violazione di legge per difetto di istruttoria e di motivazione.

Il diniego censurato si fonderebbe unicamente su una condanna risalente al 1995, rispetto alla quale sarebbe in corso il procedimento di riabilitazione, mentre il ricorrente vivrebbe in Italia dal 1990, dove risulterebbe ben integrato, dal momento che lavora regolarmente, ha la sua famiglia, con i due figli nati in Italia e frequentanti la scuola.

II.1 – Si è costituita in giudizio l’Amministrazione intimata con mero atto di costituzione formale.

II.2 – Nella pubblica udienza del 13.2.2018 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

III – Il ricorso è fornito di fondamento.

III.1 – In via generale deve affermarsi la sussistenza, in capo all’Amministrazione, di un ampio potere discrezionale nella valutazione degli elementi riguardanti la persona del richiedente la cittadinanza italiana ai fini dell’eventuale concessione di tale status.

Detto procedimento è, infatti, teso a valutare se il soggetto richiedente sia affidabile ed inserito nel tessuto lavorativo e sociale dello Stato italiano, nonché ad accertare che la sua permanenza non costituisca pericolo per la sicurezza nazionale.

III.2 – Deve, tuttavia, fondarsi su idonea istruttoria, nella quale deve eseguirsi l’acquisizione di tutti gli elementi concernenti la persona del richiedente, sulla corretta rappresentazione dei fatti che riguardano tale soggetto e dal provvedimento conclusivo del procedimento deve desumersi il vaglio, da parte dell’Amministrazione, di tutta la personalità del richiedente, dell’esame circa il suo inserimento e la sua integrazione – o meno – nel tessuto economico e sociale italiano, tenuto conto naturalmente delle condotte poste in essere dal medesimo.

III.3 – Nella specie il diniego qui censurato appare automaticamente ricollegato ad una sola condanna subita dal ricorrente, risalente nel tempo, essendo stata disposta in data 24.3.1995, e riconducibile ad un unico episodio, nel quale lo stesso ha commesso i reati di cui agli artt. 688 c.p. (ubriachezza), 726 c.p. (atti contrari alla pubblica decenza) e 337 c.p. (resistenza a pubblico ufficiale).

III.4 – Non risulta che si sia considerato che questi vive in Italia da molti anni (più di venti al momento dell’adozione del provvedimento impugnato), ha successivamente avuto sempre una condotta corretta, lavora regolarmente e vive in Italia con la famiglia, con i figli nati in Italia.

IV – Conseguentemente il provvedimento impugnato è illegittimo e deve essere rigettato.

IV.1 – L’Amministrazione deve quindi eseguire una rivalutazione della persona dell’odierno ricorrente, alla luce di quanto evidenziato nella presente disamina.

IV.2 – Il ricorso va accolto nei modi suindicati.

V – Per quanto concerne le spese di giudizio, stante la peculiarità della questione esaminata, si ravvisano i motivi che ne giustificano l’integrale compensazione tra le parti.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima Ter), definitivamente pronunciando:

accoglie, nei modi di cui in motivazione, il ricorso in epigrafe;

– compensa integralmente tra le parti le spese e gli onorari di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 13 febbraio 2018, con l’intervento dei Magistrati:

Germana Panzironi, Presidente

Alessandro Tomassetti, Consigliere

Rita Tricarico, Consigliere, Estensore

articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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