Porto d’armi: illegittima revoca per alcuni episodi di liti domestiche.

Alcune querele per episodi di liti domestiche, poi oggetto di rimessione, non legittimano un provvedimento di revoca del porto d’armi e il divieto di detenzione esplosivi.

Il Tar Piemonte, sent. 762/2018, è recentemente intervenuto per affermare che alcuni episodi di liti domestiche, oggetto di querele poi rimesse, non possono portare a un provvedimento di revoca del porto d’armi se non in presenza di ulteriori elementi e indizi debitamente indicati e valutati.


Pubblicato il 21/06/2018

N. 00762/2018 REG.PROV.COLL.

N. 01173/2017 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1173 del 2017, proposto da
-OMISSIS-, rappresentato e difeso dall’avvocato Dario Rol, con domicilio eletto presso il suo studio in Pinerolo, via Buniva n. 13;

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura distrettuale dello Stato, con domicilio in Torino, via Arsenale, 21;

per l’annullamento

del decreto del 11 luglio 2017 con cui il Ministro dell’Interno ha respinto il ricorso gerarchico proposto avverso il provvedimento del -OMISSIS-del 21 febbraio 2017, di divieto di detenzione di armi e di revoca della licenza di porto di pistola per uso personale.

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Ministero dell’Interno e la documentazione prodotta;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 6 giugno 2018 la dott.ssa Rosanna Perilli e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

1. Il signor -OMISSIS-, -OMISSIS-, in data 24 marzo 2016 otteneva il rinnovo della licenza del porto di pistola ad uso difesa personale, necessario per lo svolgimento del servizio di -OMISSIS- che egli effettuava da tempo per conto di un istituto privato.

1.1. In data 19 giugno 2016 la moglie separata sporgeva “denuncia orale” nei confronti del -OMISSIS- per essere stata aggredita della fidanzata del marito, nella quale affermava che “il mio ex marito si limitava a spintonarmi” (documento n. 2 del ricorrente).

In seguito a detta <<denuncia>> per il delitto di -OMISSIS-, in data 2 dicembre 2016, il signor -OMISSIS- riceveva la comunicazione di avvio del procedimento finalizzato alla revoca del porto dell’arma.

In data 26 gennaio 2017 la moglie rimetteva la <<querela>> nei confronti del signor -OMISSIS- specificando che non aveva mai inteso proporre querela nei confronti del marito in quanto lo stesso non aveva partecipato all’azione delittuosa posta in essere dalla sua fidanzata, limitandosi a dividere le due litiganti (documento n. 3 del ricorrente).

Il signor -OMISSIS-, tuttavia, non partecipava al procedimento amministrativo per prospettare all’amministrazione tali elementi in suo favore.

1.2. In data 13 marzo 2017 al signor -OMISSIS- veniva, pertanto, notificato il decreto del -OMISSIS-di divieto di detenzione di armi, munizioni e materiali esplodenti e di revoca della licenza del porto di pistola ad uso personale.

Il predetto decreto era stato adottato su proposta della -OMISSIS-del 21 novembre 2016 (documento n. 1 del resistente) che acquisiva la nota dei -OMISSIS-(documento n. 2 del resistente), dalla quale risultava che il signor -OMISSIS- era stato denunciato dalla moglie per il -OMISSIS-per i fatti del giugno 2016 e che, dal 2005 al 2010, a causa di una crisi coniugale conseguente alla separazione, vi erano state reciproche querele, tutte rimesse, e “ numerose segnalazioni…inerenti a dissidi familiari”.

Sulla scorta di tali elementi fattuali la Prefettura formulava il giudizio prognostico di non affidabilità nell’uso delle armi.

1.3. In data 5 aprile 2017, in seguito alla revoca della licenza di porto d’armi, il datore di lavoro del signor -OMISSIS- gli comunicava la sospensione dalla retribuzione e dal servizio, in quanto il possesso dell’arma era necessario per lo svolgimento delle mansioni di guardia giurata (documento n. 4 del ricorrente).

1.4. Avverso il predetto decreto prefettizio il signor -OMISSIS- proponeva ricorso amministrativo al Ministro dell’Interno il quale, con decreto del 11 luglio 2017, lo rigettava.

1.5. In data 11 ottobre 2017 il datore di lavoro comunicava al signor -OMISSIS- l’intenzione di procedere alla risoluzione del rapporto di lavoro (documento n. 5 del ricorrente).

1.6. Il signor -OMISSIS- insorgeva avverso il decreto di rigetto del Ministro dell’Interno e deduceva la illegittimità del decreto prefettizio per il vizio di eccesso di potere per difetto di motivazione e per carenza di istruttoria, in quanto non avrebbe correttamente apprezzato i fatti storici nella loro reale portata, accordando prevalenza all’interesse alla sicurezza e all’incolumità delle persone rispetto all’interesse del ricorrente a mantenere la licenza dell’arma necessaria per lo svolgimento del proprio lavoro.

1.5. Si costituiva in giudizio il Ministero dell’Interno e chiedeva il rigetto del ricorso in quanto infondato.

Secondo la difesa erariale la Prefettura avrebbe correttamente fondato il giudizio di non affidabilità nell’uso delle armi sulla accentuata e persistente conflittualità tra coniugi, idonea a configurare un rischio concreto che il ricorrente potesse abusare delle armi.

1.6. Con ordinanza del 11 gennaio 2018 il Tribunale Amministrativo accoglieva la domanda cautelare di sospensione degli effetti dei provvedimenti impugnati.

1.6. All’udienza pubblica del 6 giugno 2016 la causa veniva trattenuta in decisione.

2. Il ricorso è fondato.

2.1. La tutela del fondamentale bene collettivo della sicurezza pubblica si realizza con misure cautelari, che la anticipano alla soglia del pericolo concreto, per cui il giudizio prognostico di non affidabilità nell’uso delle armi, che gli articoli 39 e 43 del R.D. 18 giugno 1931, n. 773 richiedono per l’adozione delle misure inibitorie, può essere ricavato anche da meri indizi, ma ciò non esclude che lo stesso debba necessariamente fondarsi su elementi fattuali specificamente individuati.

2.2. Osserva il Collegio che le circostanze acquisite nell’istruttoria procedimentale difettano del requisito della specificità.

La Prefettura di Torino ha, infatti, fondato il giudizio di non affidabilità nell’uso delle armi sulla sussistenza di un perdurante rapporto conflittuale tra il ricorrente e la moglie, desunto da imprecisati fatti oggetto di querele reciproche e da generiche segnalazioni del conflitto da parte dei Carabinieri della Stazione di Pinerolo, i quali in passato, pur sapendo che il ricorrente fosse una guardia giurata in servizio, non lo avevano mai deferito alle autorità competenti ad adottare provvedimenti limitativi sulla detenzione e sull’uso delle armi, a riprova dell’assenza di indici di pericolosità.

Anche il fatto storico di -OMISSIS- dal quale è scaturito il procedimento oggetto di sindacato giurisdizionale, a prescindere dalla sopravvenuta remissione della querela, è opaco.

Dal tenore letterale della <<denuncia orale>> si evince, infatti, che l’unico fatto storico oggettivamente riferibile al ricorrente è lo <<spintonamento>> della moglie che verosimilmente, sotto il profilo soggettivo, sulla scorta delle dichiarazioni rilasciate ex post dalla moglie in sede di remissione della querela, non era sostenuto dall’intento di percuotere o di ingiuriare ma dalla volontà di dividere le due donne che litigavano a causa sua.

Pertanto, dal momento che i fatti accertati dai -OMISSIS-in data 25 settembre 2016 sono privi di consistenza, l’amministrazione è incorsa in un travisamento degli stessi che non le ha consentito di esercitare correttamente il potere discrezionale.

2.3. Osserva il Collegio che, come già evidenziato nella fase cautelare, l’onere motivazionale dell’amministrazione, e di conseguenza il sindacato che su di esso esercita il giudice amministrativo, sia pure nel massimo rispetto dell’ampio potere discrezionale che il legislatore le ha attribuito in materia di autorizzazioni di polizia, deve ritenersi più pregnante ove l’interesse oppositivo vantato dal ricorrente coincida con la conservazione del posto di lavoro.

La Prefettura ha omesso di acquisire le informazioni necessarie sul rischio concreto che il ricorrente, una volta privato della licenza al porto dell’arma, potesse perdere il posto di lavoro e non reperire altre occupazioni analoghe, circostanza che il Ministero dell’Interno avrebbe dovuto considerare nella ripetizione del giudizio di bilanciamento effettuato dalla Prefettura.

Pertanto il potere discrezionale è stato irragionevolmente esercitato poiché, a fronte di un minimo rischio per la sicurezza e l’incolumità pubblica, ha sacrificato la possibilità che il ricorrente potesse continuare a svolgere la sua attività lavorativa.

Nessuna valenza probatoria può riconoscersi alla circostanza allegata dall’amministrazione (documento n. 8 del resistente) che il ricorrente è stato di recente querelato anche dalla fidanzata per atti persecutori, al fine di corroborare il giudizio prognostico di non affidabilità nell’uso delle armi effettuato dalla Prefettura: i fatti oggetto di denuncia si riferiscono, infatti, ad un periodo successivo all’emanazione del decreto impugnato per cui la Prefettura, non avendo il legislatore previsto nella materia de qua la rilevanza delle sopravvenienze, non risulta avere ancora esercitato il potere.

I fatti sopravvenuti sono, inoltre, estranei al conflitto familiare, che l’amministrazione ha individuato come indice di pericolo di abuso dell’arma, e non sono sufficienti a denotare ex post una personalità aggressiva o violenta del ricorrente.

3. In conclusione il ricorso deve essere accolto e devono essere annullati, per difetto di istruttoria e di motivazione, il decreto del -OMISSIS-del 21 febbraio 2017, di divieto di detenzione di armi e di revoca della licenza di porto di pistola per uso personale e il decreto del 11 luglio 2017 del Ministro dell’Interno di rigetto del ricorso gerarchico.

4. Il Collegio conferma l’ordinanza cautelare di questa Sezione del 11 gennaio 2018, di sospensione degli effetti degli atti impugnati, anche in ordine alla decisione relativa alle spese.

5. Considerato che il ricorrente ha concorso a generare la situazione di conflitto familiare che ha determinato l’amministrazione ad agire, il Collegio ravvisa giustificati motivi per derogare alla regola della soccombenza e disporre la compensazione delle spese della presente fase del giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, annulla il provvedimento del -OMISSIS-del 21 febbraio 2017 di divieto di detenzione di armi, munizioni e materiale esplodente e di revoca del porto di armi ad uso personale, nonché il provvedimento del Ministero dell’Interno del 11 luglio 2017 di rigetto del ricorso gerarchico proposto avverso il decreto prefettizio.

Dispone la compensazione delle spese del giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1, D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti e della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare il signor -OMISSIS-.

Così deciso in Torino nella camera di consiglio del giorno 6 giugno 2018 con l’intervento dei magistrati:

Savio Picone, Presidente FF

Flavia Risso, Primo Referendario

Rosanna Perilli, Referendario, Estensore

articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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