Militari: il ricorso gerarchico non è condizione di ammissibilità del ricorso al Tar per sanzioni disciplinari di corpo.

Per le sanzioni disciplinari di corpo, il ricorso gerarchico non è condizione di procedibilità della domanda giurisdizionale.

Il Tar Lazio, sez. Roma, con la sentenza n. 3553/2018 ha affermato che il preventivo esperimento del ricorso gerarchico non è condizione di procedibilità del ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale. In particolare, il Collegio ha specificato che “L’art. 16, comma 2°, della Legge 11 luglio 1978 n. 382, che prevede che avverso le sanzioni disciplinari di corpo non è ammesso ricorso giurisdizionale o straordinario se prima non è stato proposto ricorso gerarchico, non introduce una deroga al principio introdotto dalla Legge 6 dicembre 1971 n. 1034 – che ha abolito l’onere del previo ricorso amministrativo- ma riguarda esclusivamente l’ordinamento militare, imponendo l’esperimento del ricorso gerarchico quale dovere di disciplina militare, la cui omissione è sanzionabile dall’Arma di appartenenza, ma non quale condizione dell’azione giurisdizionale in senso tecnico.

Pertanto, il militare che ha violato la norma in questione può essere sottoposto a sanzione disciplinare dall’Arma d’appartenenza, ma non può soggiacere a pronuncia d’inammissibilità del suo ricorso al giudice amministrativo ( ex plurimis: Cons, Stato, Sez. IV, 26/03/2010, n. 1778; Consiglio Stato, sez. IV, 25 febbraio 1999, n. 228)”.


Pubblicato il 30/03/2018

N. 03553/2018 REG.PROV.COLL.

N. 06899/2005 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Prima Bis)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso R.G. n. 6899 del 2005, proposto da Tiranti Christian, rappresentato e difeso dall’avvocato Fabio Viglione, con domicilio eletto presso lo studio dello stesso, in Roma, Lungotevere dei Mellini, 17, Sc B, Int. 10;

contro

Ministero della Difesa, in persona del Ministro pro-tempore, rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

per l’annullamento

del provvedimento del Comando Brigata Meccanizzata “Granatieri di Sardegna” prot. n. 14088 del 27/6/2005 nonché del provvedimento del Comandante del 1° Reggimento “Granatieri di Sardegna” prot. N. 7897 Cod.Id. 1Gds Ind. Class. 5.8.3 datato 13 maggio 2005, successivamente notificato, con il quale al ricorrente veniva inflitta la sanzione disciplinare di “giorni dieci di consegna di rigore“, nonchè di ogni altro atto e provvedimento presupposto, connesso e conseguente.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di Ministero della Difesa;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore, alla pubblica udienza speciale di smaltimento del giorno 2 febbraio 2018, il cons. Concetta Anastasi e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

 

FATTO

Con atto notificato il 15.7.2005 e depositato il 20.8.2006, il ricorrente, sottufficiale dell’esercito, attualmente in servizio presso la Compagnia d’ Onore del 1° Reggimento “Granatieri di Sardegna“, impugnava l’epigrafato provvedimento di irrogazione della sanzione del 13.5.2005 nonché il successivo provvedimento di rigetto gerarchico, presentato, ai sensi dell’art. 16 della legge n. 382 del 1978, avverso il precitato provvedimento.

Premetteva che, dal 10 febbraio al 18 novembre 2004, aveva partecipato all’operazione “Albania” per un incarico che avrebbe dovuto avere la durata di 6 mesi, ma che, per esigenze dell’amministrazione (mancato arrivo in Albania del sottufficiale che doveva sostituire il ricorrente nella missione e scarsa conoscenza della lingua inglese da parte del militare che doveva essere impiegato nell’incarico del ricorrente), veniva prolungato per ulteriori 3 mesi.

Esponeva che, successivamente al rientro in Italia, nel febbraio 2005, venendo a sapere che era in corso di preparazione una nuova missione all’estero, l’operazione “Joint Guardian” in Kosovo, e che tra i partecipanti vi era anche personale in servizio presso il 1° Reggimento “Granatieri di Sardegna“, comunicava al Comandante di Battaglione, che, in quel periodo, svolgeva le funzioni di Comandante di Reggimento, la sua indisponibilità ad un suo eventuale impiego all’estero, in ragione delle non ottimali condizioni di salute (alterazione dei valori della tiroide), in cui versava dopo il rientro dalla operazione Albania.

Precisava che, avendogli il Comandante di Reggimento comunicato, in data 11 maggio 2005, che era stato inserito nell’elenco dei partecipanti all’operazione “Joint Guardian” in Kosovo e che la partenza sarebbe avvenuta in data 17 maggio 2005, ribadiva i motivi già in precedenza esposti che lo inducevano a non gradire tale partecipazione, con nota del 13 maggio 2005, inviata al Comandante di Reggimento, per il tramite gerarchico.

Lamentava che, proprio lo stesso 13 maggio 2005, gli veniva notificato il provvedimento del Comandante del 1° Reggimento “Granatieri di Sardegna”, afflittivo della sanzione disciplinare di “Giorni dieci di consegna di rigore“, nel quale veniva evidenziato che “con decisione autonoma e senza autorizzazione evitava di partecipare a molte delle attività addestrative svolte in sede allo scopo di amalgamare il personale del citato Comando. I superiori gerarchici, accortisi delle sue ripetute assenze, in almeno due occasioni, lo richiamavano per questo motivo, sensibilizzandolo affinché prendesse parte alle ulteriori attività addestrative programmate. Nonostante questo, persisteva nel suo atteggiamento di scarsa partecipazione alle suddette attività palesando lo scopo di evitare di partecipare alla missione all’ estero“.

Avverso tale provvedimento l’odierno ricorrente presentava un ricorso gerarchico, che veniva dichiarato “nullo” “per mancanza di elemento essenziale ad substantiam, come previsto dall’art. 1 del DPR 1199/71 richiamato dall’art. 16 comma 1, della L. 382/78, che così dispone: “l’organo sovraordinato è rappresentato dall’organo gerarchicamente superiore a quello che ha emesso il provvedimento“. Nel merito, veniva, comunque, ritenuto infondato.

Avverso l’operato della P.A. deduceva:

-violazione e falsa applicazione dell’art. 72 D.P.R. 545/86; violazione e falsa applicazione dell’art. 16 della Legge n. 382/78. Violazione dell’art. 14 della Legge 11 Luglio 1978 n. 382; violazione e falsa applicazione dell’art. 3 Legge n. 241/90; eccesso di potere per illogicità – contraddittorietà – sviamento della causa tipica;

Correttamente, nella specie, l’istante avrebbe presentato il ricorso gerarchico al Comando Brigata Meccanizzata Granatieri di Sardegna, tramite il proprio superiore, il Comandante del 1° Reggimento Granatieri di Sardegna, poiché, avverso le sanzioni disciplinari di corpo, il ricorso può essere esperito solo con le modalità indicate nell’art. 72 del DPR n. 545/86 (“Regolamento di disciplina militare”) il quale prevede “Il superiore, per il cui tramite va proposto il ricorso gerarchico, deve inoltrarlo sollecitamente senza pareri o commenti all’autorità gerarchica immediatamente superiore a quella che ha inflitto la sanzione di corpo“.

Nel caso di specie, vi sarebbe una grave sproporzione tra la sanzione della “consegna di rigore” e la condotta negativa del ricorrente, solo se si considera che la “consegna di rigore” costituisce la più grave sanzione disciplinare di corpo. La motivazione sarebbe perplessa.

Si costituiva l’intimata amministrazione per resistere al presente ricorso e depositava documentazione, da cui emergeva che, nel periodo di riferimento, il ricorrente avrebbe effettuato

assenze ingiustificate, avrebbe avuto richiami orali, etc..

Alla pubblica udienza speciale di smaltimento del giorno 2 febbraio 2018, il ricorso passava in decisione.

DIRITTO

1.L’art. 16, comma 2°, della Legge 11 luglio 1978 n. 382, che prevede che avverso le sanzioni disciplinari di corpo non è ammesso ricorso giurisdizionale o straordinario se prima non è stato proposto ricorso gerarchico, non introduce una deroga al principio introdotto dalla Legge 6 dicembre 1971 n. 1034 – che ha abolito l’onere del previo ricorso amministrativo- ma riguarda esclusivamente l’ordinamento militare, imponendo l’esperimento del ricorso gerarchico quale dovere di disciplina militare, la cui omissione è sanzionabile dall’Arma di appartenenza, ma non quale condizione dell’azione giurisdizionale in senso tecnico.

Pertanto, il militare che ha violato la norma in questione può essere sottoposto a sanzione disciplinare dall’Arma d’appartenenza, ma non può soggiacere a pronuncia d’inammissibilità del suo ricorso al giudice amministrativo ( ex plurimis: Cons, Stato, Sez. IV, 26/03/2010, n. 1778; Consiglio Stato, sez. IV, 25 febbraio 1999, n. 228).

Al riguardo, la Corte Costituzionale, con sentenza n. 113 del 22/04/1997, ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 16, comma 2°, della Legge 11 luglio 1978 n. 382 (“Norme di principio sulla disciplina militare”), sollevata, in riferimento agli art. 3, 24 e 113 Cost., nella parte in cui dispone che “avverso le sanzioni disciplinari di corpo non è ammesso ricorso giurisdizionale se prima non è stato esperito ricorso gerarchico o siano trascorsi novanta giorni dalla data di presentazione del ricorso“.

L’art. 72 del D.P.R. 18.7.1986 n. 545 precisa: “Il superiore, per il cui tramite va proposto il ricorso gerarchico, deve inoltrarlo sollecitamente senza pareri o commenti all’autorità gerarchica immediatamente superiore a quella che ha inflitto la sanzione di corpo”.

Orbene, nella specie, appare coerente con le previsioni normative il comportamento del ricorrente che ha presentato il ricorso gerarchico al Comando Brigata Meccanizzata Granatieri di Sardegna, tramite il proprio superiore, il Comandante del 1° Reggimento Granatieri di Sardegna.

Pertanto, la censura merita accoglimento e, per l’effetto, va annullato il provvedimento di rigetto del ricorso gerarchico, nella parte in cui viene dichiarato nullo.

2. Nel merito, va premesso che – fermo il principio per cui la valutazione della rilevanza disciplinare di un’infrazione ai fini della graduazione della sanzione da irrogare al dipendente pubblico costituisce oggetto di un apprezzamento discrezionale dell’Amministrazione, sicché il giudice non può sostituire la propria valutazione a quella della competente Autorità – la verifica in sede giudiziale in ordine alla sussistenza di un’adeguata motivazione, incontra peculiari profili di rilevanza laddove la scelta in ordine alla specifica sanzione da irrogare ricada su quella più grave ( ex plurimis: Cons. Stato, sez. IV, 23 marzo 2000 n. 1566) .

Ex converso, in ragione del fatto che la punizione della “consegna” inflitta ad un militare rientra tra le sanzioni cosiddette “di corpo”, tradizionalmente distinte da quelle cosiddette “di stato” per una minore incidenza sullo status giuridico del dipendente e, di conseguenza, per un regime formale e procedurale più semplice e meno rigoroso, l’atto con il quale venga applicata ad un militare una sanzione disciplinare di corpo non necessita di motivazione dettagliata ed argomentata con confutazione di ciascuno degli argomenti difensivi esposti dal militare (ex plurimis: Cons. Stato, Sez. IV, 12 dicembre 1994 n. 1006).

Nella specie, la motivazione esplicitata nel provvedimento gravato non sembra non recare connotazione di adeguatezza e congruità, sia con riferimento ai fatti contestati al ricorrente, sia con riguardo alla qualificabilità della condotta da quest’ultimo posto in essere in termini di violazione dei doveri sul medesimo incombenti, alla luce della documentazione versata in atti dall’amministrazione resistente, la quale evidenzia che, nel periodo di riferimento, il ricorrente avrebbe effettuato assenze ingiustificate, avrebbe avuto richiami orali, un richiamo da parte dei superiori, in data 11.5.2006 non avrebbe partecipato ad attività di addestramento.

Pertanto, neanche questa doglianza svolta dal ricorrente emerita adesione.

3. Le considerazioni precedentemente svolte consentono al Collegio di escludere la fondatezza delle censure dedotte con la presente impugnativa, che deve, conseguentemente, essere respinta.

4.Le spese di lite seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima Bis), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo rigetta.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, che liquida in complessiva €. 800 (euro ottocento), oltre accessori di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 2 febbraio 2018 con l’intervento dei magistrati:

Concetta Anastasi, Presidente, Estensore

Alessandro Tomassetti, Consigliere

Rita Tricarico, Consigliere

articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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