Porto d’armi: illegittimo il diniego per indagini penali.

Il provvedimento di diniego di rinnovo della licenza di porto d’armi non può essere emesso a seguito di semplici indagini penali.

Il Tar Sicilia, sez. Palermo, con la sent. 952/2018 ha disposto l’annullamento del diniego  del porto d’armi e del divieto di detenzione di esplosivi di cui era stato destinatario un soggetto per il solo fatto di essere sottoposto a indagini penali per reati di corruzione. Il Tar ha ricordato che la revoca della licenza di porto d’armi può essere disposta  a seguito di un giudizio prognostico di inaffidabilità del cittadino e non solo per la presenza di indagini penali a suo carico.


Pubblicato il 24/04/2018

N. 00952/2018 REG.PROV.COLL.

N. 02246/2016 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 2246 del 2016, proposto da
VENNIRO Calogero, rappresentato e difeso dall’avvocato Francesca Di Giunta, domiciliato presso la Segreteria di questo Tar, sito in Palermo nella Via Butera n.6;

contro

il Ministero dell’Interno, l’U.T.G. – Prefettura di Caltanissetta e la Questura di Caltanissetta, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, rappresentati e difesi dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato, presso i cui uffici, siti in Palermo, via A. De Gasperi n. 81, sono per legge domiciliati;

per l’annullamento

– del decreto della Prefettura di Caltanissetta del 09/08/2016 con il quale veniva intimato all’odierno ricorrente il divieto di detenzione di armi e munizioni;

– del decreto della Questura di Caltanissetta 6F/P.A.S.I./2016 del 23/09/2016 di rigetto dell’istanza di rinnovo del porto d’armi uso caccia;

– del verbale redatto dal Nucleo di Polizia Tributaria di Caltanissetta del 13/04/2013 con il quale, ai sensi dell’art. 39 del T.U.L.P.S., venivano ritirate le armi intestate al Sig. Venniro Calogero;

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero dell’Interno, dell’U.T.G. – Prefettura di Caltanissetta e della Questura di Caltanissetta;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 26 ottobre 2017 il dott. Sebastiano Zafarana e uditi per le parti i difensori avv. Leonardo Cucchiara, su delega dell’avv. Francesca Di Giunta, per il ricorrente, e avv. Francesco Pignatone per l’Avvocatura dello Stato;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO

1.1. Con il ricorso in epigrafe il ricorrente ha esposto:

– di risultare indagato per il reato di corruzione nel procedimento penale n. 719/2012 R.G.N.R- n. 267/2013 R. G.I.P presso il Tribunale di Caltanissetta;

– che, in particolare, secondo il G.I.P., risulterebbe che il dirigente del settore Lavori Pubblici presso l’Ufficio Tecnico del Comune di Caltanissetta, favorisse negli appalti pubblici la società di cui fa parte il ricorrente stesso, la “2V Costruzioni s.r.l.”; e che quale corrispettivo il pubblico funzionario avrebbe partecipato degli introiti della società in qualità di socio occulto;

– che seguito di tali indagini, il Tribunale di Caltanissetta in data 31/3/2016 ha disposto nei suoi confronti la misura cautelare degli arresti domiciliari; misura però revocata dal Tribunale del Riesame in data 4 maggio 2016; sicché in atto la posizione del ricorrente è di mero indagato;

– che a seguito di ciò, le Amministrazioni resistenti hanno adottato i provvedimenti di divieto di detenzione armi e revoca del porto d’armi uso caccia, oltre il ritiro delle armi da egli detenute.

1.2. Il gravame è affidato a tre distinti motivi di ricorso.

1.3. Si sono costituite in giudizio le amministrazioni intimate le quali hanno depositato documenti e una memoria difensiva.

1.4. Con ordinanza n.1109/2016 del 27/10/2016 questa Sezione ha accolto la domanda cautelare proposta dal ricorrente limitatamente all’impugnato provvedimento di divieto di detenzione delle armi e munizioni.

1.5. In data 07/09/2017 il ricorrente ha depositato una memoria conclusionale con cui ha chiesto, oltre all’accoglimento del ricorso, anche il risarcimento del danno ex art.2043 c.c.

1.6. Alla pubblica udienza del 26 ottobre 2017 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

DIRITTO

2. Il provvedimento della Prefettura di Caltanissetta di divieto di detenzione di armi e munizioni, originato dalla proposta avanzata dal Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Caltanissetta, è in sostanza unicamente fondato sull’affermazione che “è venuto meno il requisito dell’affidabilità e della persistenza del requisito della buona condotta in capo al richiedente” in virtù della circostanza che lo stesso risulta indagato per i reati di cui agli artt.319 e 321 del c.p.

2.1. Il Provvedimento del Questore di Palermo, invece, dato unicamente atto del precedente provvedimento prefettizio, denega al ricorrente il rinnovo della licenza di porto fucile per uso caccia.

3. Il gravame è affidato a tre distinti motivi di ricorso con i quali il ricorrente deduce l’illegittimità dei provvedimenti adottati dall’Amministrazione per difetto di motivazione e per eccesso di potere sotto il profilo della irragionevolezza, della illogicità e del travisamento di norme di legge.

4. Il ricorso è fondato.

4.1. Preliminarmente osserva il Collegio come la giurisprudenza prevalente concordi nel ritenere che la legislazione in materia di titoli di polizia affida certamente all’autorità di pubblica sicurezza il compito di valutare, con il massimo rigore, le eccezioni al divieto di circolare armati e qualsiasi circostanza che consigli l’adozione di provvedimenti negativi in ordine al porto e all’uso delle armi, onde prevenire la commissione di reati e, in genere, di fatti lesivi della pubblica sicurezza.

La giurisprudenza amministrativa consolidata, condivisa anche dal Collegio, reputa altresì che l’amministrazione eserciti nei predetti casi una discrezionalità ampia con riguardo all’apprezzamento di tutti gli elementi dai quali poter dedurre, in un giudizio prognostico, la piena affidabilità del soggetto istante che aspiri al mantenimento o al rinnovo del titolo di polizia.

4.2. Tuttavia, reputa il Collegio che nel caso in esame l’amministrazione non abbia fatto buon governo del potere discrezionale affidatole dalla legge.

Infatti “In tema di divieto di detenzione e porto d’armi il potere discrezionale della Pubblica amministrazione va esercitato nel rispetto dei canoni tipici della discrezionalità amministrativa, sia sotto il profilo motivazionale che sotto quello della coerenza logica e ragionevolezza, dandosi conto in motivazione dell’adeguata istruttoria espletata al fine di evidenziare circostanze di fatto in ragione delle quali il soggetto sia ritenuto pericoloso o comunque capace di abusi; ne consegue che il pericolo di abuso delle armi non solo deve essere comprovato, ma richiede una adeguata valutazione non del singolo episodio ma anche della personalità del soggetto sospettato che possa giustificare un giudizio prognostico sulla sua sopravvenuta inaffidabilità, non potendo la mera denuncia all’Autorità giudiziaria considerarsi sufficiente a giustificare la revoca ovvero il diniego di porto d’armi” (T.A.R. Perugia (Umbria) sez. I 23 gennaio 2017 n. 97; Tar Puglia, Lecce, Sez. III, 12 dicembre 2012, n. 2147; Tar Calabria, Catanzaro, Sez. I, 10 novembre 2011, n. 1350; Tar Campania, Napoli, Sez. V, 12 luglio 2010, n. 16669)

5. Tutto ciò premesso, l’art. 39 T.U.L.P.S. riconosce al Prefetto la facoltà di revocare l’autorizzazione alla detenzione delle armi a coloro che potrebbero abusarne. L’art. 11 T.U.L.P.S. prevede: “Salve le condizioni particolari stabilite dalla legge nei singoli casi, le autorizzazioni di polizia debbono essere negate:

1° a chi ha riportato una condanna a pena restrittiva della libertà personale superiore a tre anni per delitto non colposo e non ha ottenuto la riabilitazione;

2° a chi è sottoposto all’ammonizione o a misura di sicurezza personale o è stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza.

Le autorizzazioni di polizia possono essere negate a chi ha riportato condanna per delitti contro la personalità dello stato o contro l’ordine pubblico, ovvero per delitti contro le persone commessi con violenza, o per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, o per violenza o resistenza all’autorità, e a chi non può provare la sua buona condotta.

Le autorizzazioni devono essere revocate quando nella persona autorizzata vengono a mancare, in tutto o in parte, le condizioni alle quali sono subordinate, e possono essere revocate quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego della autorizzazione. “.

L’art. 43 T.U.L.P.S. recita: “Oltre a quanto è stabilito dall’art. 11 non può essere conceduta la licenza di portare armi …. a chi ha riportato condanna …….”

La licenza può essere ricusata ai condannati per delitto diverso da quelli sopra menzionati e a chi non può provare la sua buona condotta o non dà affidamento di non abusare delle armi. “.

5.1. Ebbene nel caso in esame il ricorrente non ha riportato alcuna condanna ma risulta soltanto “indagato” per i reati di cui agli artt.319 e 321 c.p. e dunque, da un lato, non sussistono i presupposti per la revoca obbligatoria dei titoli di polizia e, dall’altro ,nemmeno ricorre alcuna di quelle circostanze che non consentono il rilascio dell’autorizzazione alla detenzione delle armi.

Infatti i casi di revoca obbligatoria sono quelli in cui la scelta è stata fatta dal legislatore e l’Amministrazione si deve limitare a verificare se i presupposti sopra indicati sono integrati o meno.

Quando, invece, la facoltà di revoca è discrezionale, l’ordinamento impone all’Amministrazione di esercitare il potere che la legge gli assegna nel rispetto dei canoni tipici della discrezionalità amministrativa, sia sotto il profilo motivazionale che sotto quello della coerenza logica e ragionevolezza.

Sotto questo profilo, come evidenziato dalla Sezione con l’ordinanza cautelare n.1109/2016 i reati, per i quali il ricorrente risulta indagato, non appaiono di per se stessi significativi del pericolo di abuso delle armi.

5.2. In realtà il Prefetto – pur avendolo dichiarato nelle premesse del provvedimento impugnato – non risulta avere effettivamente esaminato e valutato nessuno degli elementi di fatto evidenziati dal ricorrente; ed inoltre risulta omesso, nel provvedimento, qualsiasi riferimento alla personalità del medesimo sulla scorta del quale poter formulare un giudizio prognostico sulla sua sopravvenuta inaffidabilità.

In definitiva la pendenza di un procedimento penale anche per fatti gravi, quali sono quelli di cui dovrà rispondere il ricorrente, di per sé non comporta il venir meno dell’affidabilità circa la detenzione delle armi, altrimenti la norma avrebbe previsto la circostanza come ostativa alla concessione o idonea alla revoca; sicché, ai fini della valutazione circa il fatto che l’indagato possa continuare a detener armi presso la propria abitazione, il processo penale non potrà essere valutato alla stregua di una circostanza particolarmente significativa, salva l’ipotesi in cui si pervenga ad una condanna definitiva ad una pena superiore ai tre anni; diversamente la revoca deve essere argomentata su ulteriori elementi di fatto o su supposizioni ragionevoli, che possano corroborare il giudizio di non affidabilità del soggetto circa l’uso delle armi (T.A.R. Bologna (Emilia-Romagna) sez. I 09 luglio 2015 n. 664).

5.3. Analogo discorso deve affermarsi per quanto attiene all’impugnato diniego di rinnovo di porto di fucile per uso caccia adottato dal Questore, il quale risulta inficiato dai medesimi vizi.

6. Conclusivamente in adesione ai citati indirizzi giurisprudenziali, il Collegio non può che rilevare la fondatezza delle censure proposte con cui il ricorrente contesta l’illegittimità dei provvedimenti impugnati sotto il profilo dell’eccesso di potere, del difetto di istruttoria e della carenza di motivazione.

Il ricorso va, quindi, accolto con conseguente annullamento dei provvedimenti impugnati.

7. Deve invece essere rigettata la domanda proposta dal ricorrente con la memoria depositata il 07/09/2017, con la quale egli ha chiesto che le Amministrazioni resistenti siano condannate al risarcimento dei danni da egli sofferti ex art.2043 c.c.; in particolare ha quantificato in € 1.634,55 il danno patrimoniale per l’inutile mantenimento dei cani da caccia (mangimi e spese veterinarie); ed ha rimesso alla valutazione equitativa del Collegio il risarcimento del danno esistenziale per l’attività ricreativa negata (caccia), che troverebbe la sua massima tutela nell’art.2 della Costituzione.

In disparte il rilievo che la domanda risarcitoria non risulta essere stata notificata all’Amministrazione, essendo stata proposta per la prima volta soltanto con la memoria conclusionale, mancano i presupposti per la riconoscibilità del danno a partire dall’elemento soggettivo. I provvedimenti impugnati infatti – caratterizzati da ampia discrezionalità – sono stati comunque adottati dall’Amministrazione in considerazione della gravità dei fatti attribuiti al ricorrente, e dunque in chiave cautelativa, sicché manca in radice il requisito del dolo e della colpa grave.

8. In considerazione della gravità dei fatti attribuiti al ricorrente che hanno indotto l’amministrazione ad adottare i provvedimenti impugnati, e del rigetto della domanda risarcitoria proposta, appare equo compensare tra le parti le spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Palermo nella camera di consiglio del giorno 26 ottobre 2017 con l’intervento dei magistrati:

Calogero Ferlisi, Presidente

Giovanni Tulumello, Consigliere

Sebastiano Zafarana, Primo Referendario, Estensore

articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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