Esame avvocato: illegittima esclusione per procura identica a quella di altro candidato.

L’identica procura in calce agli atti giudiziari di due candidati nell’ambito dell’esame di abilitazione alla professione forense non è elemento sufficiente a legittimare l’esclusione.

Il Tar Campania, sez. Napoli, con la sent. 2278/2018 ha riammesso alle prove orali la candidata all’esame di abilitazione alla professione forense esclusa per aver inserito nel proprio elaborato una procura alle liti uguale a quella di altro candidato. In particolare, il Collegio ha osservato “che l’identità della procura alle liti con quella di altro candidato non appare idonea a dimostrare la copiatura del tema e, quindi, a giustificare la non ammissione alle prove orali, tenuto conto che, come prospettato da parte ricorrente, consiste in una esposizione di formule di stile standard e dal contenuto quasi fisso e “sacramentale”, occorrendo, di contro, al suddetto fine, verificare la presenza o meno di autonome osservazioni del candidato sul tema (Consiglio di Stato, sezione IV, ordinanza n. 5248 del 25 novembre 2015);”.


Pubblicato il 09/04/2018

N. 02278/2018 REG.PROV.COLL.

N. 02836/2017 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania

(Sezione Ottava)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 2836 del 2017, proposto da
Valentina Chianese, rappresentata e difesa dall’avvocato Lorenzo Sozio, con domicilio digitale presso la p.e.c. dell’avvocato: avvlorenzosozio@pec.it;

contro

Ministero della Giustizia, in persona del Ministro p.t., rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Napoli, presso la cui sede è legalmente domiciliato, in Napoli, via Diaz, 11 e con domicilio digitale presso la p.e.c. dell’Avvocatura Distrettuale dello Stato: ads_na@mailcert.avvocaturastato.it;
Commissione per l’esame di abilitazione all’esercizio della professione di avvocato presso la Corte di Appello di Napoli, anno 2016, Commissione per l’esame di abilitazione all’esercizio della professione di avvocato presso la Corte di Appello di Roma, anno 2016 – non costituiti in giudizio;

per l’annullamento

previa sospensione dell’efficacia,

“nei limiti dell’interesse della ricorrente, dei provvedimenti di giudizio analitici e sintetici, del verbale, manifestamente illegittimo, del 10 Aprile 2017 della X° Sottocommissione esaminatrice presso la Corte d’Appello di Roma del concorso per esame per l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato – sessione 2016 – indetto con D.M. 23.8.2016, pubblicato nella G.U n.70 del 02-09-2016, nella parte in cui ha annullato gli elaborati della ricorrente, determinando, di conseguenza, la sua inidoneità a sostenere le prove orali; della determinazione della Commissione presso la Corte d’Appello di Napoli di esclusione della stessa dalla partecipazione alle prove orali; nonché di ogni altro atto a questi connesso, conseguente o presupposto, ancorché non conosciuto dal ricorrente, ed in particolare del provvedimento con cui sono stati approvati gli elenchi pubblicati per affissione in data 27/06/2017 presso la Corte d’Appello di Napoli nella parte in cui non risulta menzionata fra i candidati ammessi alla successiva prova orale, siccome esclusa.

E PER LA DECLARATORIA

del diritto della ricorrente ad essere ammessa alle prove orali;”

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Ministero della Giustizia;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 14 marzo 2018 la dott.ssa Rosalba Giansante e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

Valentina Chianese espone in fatto di aver partecipato all’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato indetto dal Ministero della Giustizia con D.M. 23 agosto 2016, pubblicato nella G.U. n. 70 del 2 settembre 2016, sostenendo le prove scritte per la sessione 2016.

All’esito della correzione degli elaborati, avvenuta ad opera della competente Sottocommissione presso la Corte d’Appello di Roma in data 10 aprile 2017, era risultata non ammessa a sostenere le prove orali, per annullamento della prova scritta.

Riferisce che, seguito dell’accesso agli atti, avvenuto in data 4 luglio 2017 presso i competenti Uffici della Corte d’Appello di Napoli, era venuta a conoscenza della circostanza che, nonostante avesse ricevuto una valutazione di idoneità e sufficienza delle predette prove scritte, raggiungendo il punteggio di 90, la Commissione esaminatrice aveva ritenuto di annullare l’elaborato relativo alla III prova, atto giudiziario, “… in quanto la procura alle liti posta in calce all’elaborato 2840 è identica a quella redatta da altro candidato con numero busta 2836…”.

La Chianese ha, quindi, proposto il presente ricorso, ritualmente notificato in data 7 luglio 2017 e depositato in data 10 luglio 2017, con il quale ha chiesto l’annullamento, nei limiti del suo interesse, dei provvedimenti di giudizio analitici e sintetici, del verbale del 10 Aprile 2017 della X° Sottocommissione esaminatrice presso la Corte d’Appello di Roma dell’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato, sessione 2016 (nella parte in cui ha annullato i suoi elaborati, determinandone, di conseguenza, la inidoneità a sostenere le prove orali), della determinazione della Commissione presso la Corte d’Appello di Napoli di esclusione di ella ricorrente dalla partecipazione alle prove orali, nonché del provvedimento con cui sono stati approvati gli elenchi pubblicati per affissione in data 27 giugno 2017 presso la Corte d’Appello di Napoli (nella parte in cui ella non risulta menzionata fra i candidati ammessi alla successiva prova orale, siccome esclusa). Ha chiesto altresì la declaratoria del suo diritto ad essere ammessa alle prove orali.

A sostegno del gravame sono state dedotte le seguenti censure:

A) Eccesso di potere per carenza assoluta di motivazione e per contrasto con gli artt. 3 e 97 Cost., violazione dell’art. 13, 4° comma del d.P.R. n. 487/1994, dell’art. 23 R.D. n. 37/1934, come modificato dal D.L. n. 112/2003, convertito in legge n. 180/2003, dell’art. 3 della L. n. 241/1990, violazione di giudicato, illogicità, contraddittorietà.

Parte ricorrente lamenta che la redazione della procura alle liti concerne una esposizione di formule di stile standard e dal contenuto quasi fisso e “sacramentale”, che sono imparate a memoria da ogni addetto ai lavori del settore legale. Nessun contributo soggettivo del candidato, liberamente valutabile, sarebbe cristallizzato all’interno della formula concernente la procura alle liti, trattandosi di una costante di identico contenuto e forma all’interno di ogni elaborato relativo ad un atto giudiziario della medesima specie; essa non potrebbe, quindi, ritenersi quale parte organica dell’apporto individuale fornito dalla candidata attraverso il corpo dell’atto giudiziario al quale la formula della procura alle liti era complementare.

B) Violazione della circolare sui criteri di valutazione dell’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio della professione forense sessione 2016 dettati dal Ministero della Giustizia in data 1° dicembre 2016 e totale mancanza di motivazione in merito.

Parte ricorrente premette che, in base alla suddetta circolare, se la Sottocommissione avesse individuato il candidato plagiante avrebbe dovuto procedere all’esclusione solo di quest’ultimo. Ad avviso di parte ricorrente dal contenuto del relativo verbale di correzione si evincerebbe che la Sottocommissione avrebbe individuato nel candidato con busta 2840 l’attore plagiante della procura alle liti, poi avrebbe rivalutato la sua posizione annotando a margine della sufficiente valutazione delle prove la dizione “anzi annullato”, senza offrire ulteriore spunto motivazionale in merito, considerato che il verbale di correzione si limiterebbe ad esporre titoli di stile senza l’analisi dettagliata della fattispecie in esame.

C) Violazione ed erronea applicazione dell’art. 3 della L. n. 241/1990, eccesso di potere, carente istruttoria ed erronea presupposizione, ingiustizia manifesta, disparità di trattamento, violazione dei principi di correttezza e buona amministrazione, in quanto il giudizio espresso dalla commissione difetterebbe della motivazione analitica e critica nel caso concreto, in riferimento ai criteri di valutazione predisposti dalla Commissione.

Si è costituito a resistere in giudizio il Ministero della Giustizia, a mezzo dell’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Napoli, chiedendo il rigetto del ricorso.

Entrambe le parti hanno prodotto documentazione.

Con ordinanza n. 1240 del 7 settembre 2017 è stata accolta la domanda incidentale di sospensione “CONSIDERATO che l’identità della procura alle liti con quella di altro candidato non appare idonea a dimostrare la copiatura del tema e, quindi, a giustificare la non ammissione alle prove orali, tenuto conto che, come prospettato da parte ricorrente, consiste in una esposizione di formule di stile standard e dal contenuto quasi fisso e “sacramentale”, occorrendo, di contro, al suddetto fine, verificare la presenza o meno di autonome osservazioni del candidato sul tema (Consiglio di Stato, sezione IV, ordinanza n. 5248 del 25 novembre 2015);”; con la medesima ordinanza è stata fissata l’udienza pubblica del 14 marzo 2018 per la discussione del ricorso nel merito.

L’Avvocatura Distrettuale dello Stato, in data 26 settembre 2017, ha depositato il provvedimento del 13 settembre 2017 con il quale il Presidente della I^ Sottocommissione, in esecuzione della suddetta ordinanza, avendo rilevato che prima della adozione del provvedimento sospeso la Commissione romana aveva proceduto alla correzione degli elaborati attribuendo i punteggi di 27, 30 e 33 e, quindi, la sufficienza, ha ammesso la ricorrente alla partecipazione alle prove orali.

All’udienza di discussione del 14 marzo 2018 il difensore di parte ricorrente ha rappresentato che la Chianese non aveva ancora sostenuto le prove orali; alla medesima udienza pubblica la causa è stata chiamata e assunta in decisione.

Il ricorso è fondato e, in quanto tale, va accolto.

Colgono nel segno le censure di cui al primo motivo di ricorso, con le quali parte ricorrente lamenta la violazione dell’art. 13, quarto comma, del d.P.R. n. 487/1994 e dell’art. 23 del R.D. n. 37/1934.

L’art. 23 del R.D. 22 gennaio 1934 n. 37, all’ultimo comma, prevede che “La commissione, nel caso in cui accerti che il lavoro sia in tutto o in parte copiato da altro lavoro o da qualche pubblicazione, annulla la prova. Deve pure essere annullato l’esame dei candidati che comunque si siano fatti riconoscere.”.

La giurisprudenza condivisa dal Collegio ha già avuto modo di affermare che la disposizione in esame (ed anche l’altra, generale in tema di concorsi pubblici e di analogo contenuto, di cui all’art. 13 del d.P.R. 9 maggio 1994, n. 487) mira in sostanza ad assicurare la genuinità e la originalità dell’elaborato, in modo da garantire che la sua stesura sia frutto di elaborazione propria del candidato, nella costruzione e nella sequenza dei periodi, nella esposizione dei concetti e nella produzione complessiva del testo sicché se ne possano inferire le sue personali capacità di assimilazione, di apprendimento e di rielaborazione degli argomenti da sviluppare (cfr. T.A.R. Reggio Calabria, Sez. Unica, 16 giugno 2015, n. 590, TAR Campania, Napoli, Sez. VIII, ordinanza n. 1925 del 5 novembre 2015).

Il limite che la Commissione incontra nell’esercizio del potere di annullamento deve essere individuato nella riscontrata effettiva conformità degli elaborati, che faccia ragionevolmente presumere che essa sia il risultato della iniziativa o dell’accordo di più candidati (TAR Puglia, Lecce, 21 ottobre 2010, n. 2147) e che manifesti un carattere imitativo e l’assenza di genuinità ed originalità del compito (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 4 dicembre 2017, n. 5663, Sez. IV, 6 giugno 2011, n. 3399).

La violazione della disciplina in esame sussiste in tutte le ipotesi in cui dalla prova scritta emerga: I) una riproduzione fedele del testo non ammesso a consultazione o di altro lavoro; II) un’impostazione del tema o di parte di esso, che costituisca un’imitazione con carattere pedissequo e fraudolento, del testo o di altro lavoro assunto a parametro di confronto (Cons. Stato, Sez. IV, 4 dicembre 2017, n. 5663 cit.).

Passando ad analizzare la fattispecie oggetto di gravame, il Collegio, confermando quanto statuito da questa Sezione con l’ordinanza n. 1240 del 7 settembre 2017 (con la quale è stata accolta la domanda incidentale di sospensione degli atti impugnati), ritiene che la normativa sul plagio, come interpretata dalla sopra richiamata giurisprudenza, non sia stata violata.

Ed invero l’identità della procura alle liti con quella di altro candidato non appare idonea a dimostrare la copiatura del tema e, quindi, a giustificare la non ammissione alle prove orali, tenuto conto che, come condivisibilmente prospettato da parte ricorrente, consiste in una esposizione di formule di stile standard e dal contenuto quasi fisso e “sacramentale”, esulando dal contenuto della stessa un contributo soggettivo del candidato valutabile quale elemento rilevatore del grado di maturità e di preparazione richiesto, anche a garanzia della regolarità dell’esame e nell’interesse della par condicio degli altri partecipanti; occorrendo, di contro, al suddetto fine, verificare la presenza o meno di autonome osservazioni del candidato sul tema (Consiglio di Stato, sezione IV, ordinanza n. 5248 del 25 novembre 2015).

Conclusivamente, per i su esposti motivi, il ricorso deve essere accolto e, conseguentemente, devono essere annullati in parte qua i provvedimenti impugnati. L’effettivo conformativo della pronuncia, consistente nella doverosa ammissione della ricorrente allo svolgimento della prova orale, si presenta pienamente satisfattivo della pretesa azionata, mentre non è configurabile una corrispondente posizione di diritto soggettivo in un àmbito procedimentale caratterizzato dalla presenza di soli interessi legittimi.

Le questioni appena vagliate esauriscono la vicenda sottoposta al Collegio, essendo stati toccati tutti gli aspetti rilevanti a norma dell’art. 112 c.p.c., in aderenza al principio sostanziale di corrispondenza tra il chiesto e pronunciato (come chiarito dalla giurisprudenza costante, ex plurimis, per le affermazioni più risalenti, Cassazione civile, sez. II, 22 marzo 1995 n. 3260 e, per quelle più recenti, Cassazione civile, sez. V, 16 maggio 2012 n. 7663). Gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione di tipo diverso.

Le spese, secondo la regola della soccombenza, vanno poste a carico di parte resistente, nell’importo liquidato in dispositivo, tenuto conto della condanna già liquidata nella fase cautelare a favore di parte ricorrente.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Ottava), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, annulla in parte qua i provvedimenti impugnati.

Condanna parte resistente al pagamento di complessivi € 2.000,00 (euro duemila/00), comprensivi della somma già liquidata nella fase cautelare, in favore di parte ricorrente, a titolo di spese, diritti e onorari di causa, oltre accessori di legge e rifusione del contributo unificato, qualora dovuto e versato.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 14 marzo 2018 con l’intervento dei magistrati:

Italo Caso, Presidente

Michelangelo Maria Liguori, Consigliere

Rosalba Giansante, Consigliere, Estensore

articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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