L’omessa denuncia di mutamento del luogo di custodia delle armi non è sufficiente a legittimare il divieto di detenzione delle stesse.

L’omessa comunicazione alla Questura del mutamento del luogo di detenzione delle armi non legittima un divieto di detenzione delle stesse se non accompagnata da una complessiva valutazione di inaffidabilità del soggetto.

Il Tar Emilia Romagna, sez. Parma, con la sentenza n. 131/2018 ha affermato che, per il provvedimento di divieto di detenzione armi, la Questura è tenuta a valutare l’inaffidabilità globale del soggetto. In tal senso, non è possibile motivare il provvedimento unicamente sulla base dell’omessa denuncia di mutamento del luogo di detenzione delle armi possedute.


Pubblicato il 15/05/2018

N. 00131/2018 REG.PROV.COLL.

N. 00311/2017 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Emilia Romagna

sezione staccata di Parma (Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 311 del 2017, proposto da
Davide Loforese, rappresentato e difeso dall’Avvocato Valter Pompeo Azzolini, con domicilio digitale come da PEC dei Registri di Giustizia;

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato presso la quale è ex lege domiciliato in Bologna, via Guido Reni, 4;

per l’annullamento

del provvedimento di divieto di detenzione armi n. 10663/ AREA I dell’8 settembre 2017;

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero dell’Interno;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 9 maggio 2018 il dott. Marco Poppi e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

Il ricorrente ha impugnato il provvedimento con il quale il Prefetto di Reggio Emilia gli ha vietato la detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti in ragione dell’omessa denunzia del mutamento di luogo di detenzione di armi possedute e del rilevato possesso, in sede di ispezione, di n. 15 cartucce non denunziate.

L’Amministrazione si è costituita in giudizio con sola memoria formale non corredata da alcuna produzione documentale.

Nella camera di consiglio del 10 gennaio 2018, con ordinanza n. 3/2018, veniva accolta l’istanza di sospensione ai “fini di un sollecito riesame della posizione dell’interessato” da effettuarsi procedendo ad “una complessiva valutazione della personalità del ricorrente”.

L’Amministrazione, in esito alla citata ordinanza, in data 19 aprile 2018, depositava una relazione circa i fatti di causa integrata da una esaustiva produzione documentale (senza tuttavia, procedere al richiesto riesame).

All’esito della pubblica udienza del 9 maggio 2018 la causa veniva decisa.

Preliminarmente il Collegio rileva che l’Amministrazione ha proceduto, come anticipato, al deposito di una relazione circa i fatti di causa solo in data 19 aprile 2018 (ancorché datata 19 dicembre 2017: data precedente alla camera di consiglio del 10 gennaio 2018 nella quale veniva discusso l’incidente cautelare sulla base delle sole produzioni di parte ricorrente).

Deve, altresì, rilevarsi che la relazione in questione, redatta dalla Questura di Reggio Emilia, precisa che il decreto prefettizio impugnato “contempla come atto presupposto la proposta avanzata da questo Ufficio [la stessa Questura] in data 22/08/2017 (all. 3), il cui contenuto è ora assunto ai fini della presente memoria di spettanza, a sostegno ed integrazione dell’impianto motivazionale dell’atto contro cui si pone il ricorso de quo …”.

Quanto ai contenuti della medesima, deve evidenziarsi sotto un primo profilo, l’inammissibilità di una integrazione del supporto motivazionale in corso di causa mediante deposito di scritti difensivi dovendo, eventuali integrazioni, essere recepite in un provvedimento espresso poiché, come pacifico in giurisprudenza, “”la motivazione del provvedimento amministrativo non può essere integrata nel corso del giudizio con la specificazione di elementi di fatto, dovendo la motivazione precedere e non seguire ogni provvedimento amministrativo, individuando con ciò il fondamento dell’illegittimità della motivazione postuma nella tutela del buon andamento amministrativo e nell’esigenza di delimitazione del controllo giudiziario” (Consiglio Stato, Sez. VI, sentenza 6997/2009)” (Cons. Stato, Sez. VI, 8 settembre 2017, n. 4253).

Sotto un secondo e decisivo profilo, non può che prendersi atto della circostanza che l’Amministrazione non ha ottemperato a quanto disposto mediante la citata ordinanza n. 3/2018.

Sul punto si rileva che il riesame della posizione del ricorrente implica un rinnovato esercizio del potere discrezionale attribuito all’Amministrazione destinato a sfociare nell’adozione di un nuovo atto avente spessore provvedimentale, eventualmente integrato sulla base dei contenuti della pronunzia cautelare.

Il “remand”, infatti, integra una “tecnica di tutela cautelare che si caratterizza proprio per rimettere in gioco l’assetto degli interessi già definito con l’atto gravato, restituisce all’autorità l’intero potere decisionale iniziale, senza tuttavia pregiudicarne il risultato finale: sicché il nuovo atto costituisce espressione di una funzione amministrativa e non di mera attività esecutiva della pronuncia giurisdizionale (cfr. TAR Lazio Roma, Sez. I, 20 gennaio 2017 n. 1067)” (TAR Campania, Napoli, Sez. II, 5 settembre 2017, n. 4241).

Ciò premesso il Collegio rileva che l’art. 39 del R.D. n. 773/1931 prevede che “il Prefetto ha facoltà di vietare la detenzione delle armi, munizioni e materie esplodenti, denunciate ai termini dell’articolo precedente, alle persone ritenute capaci di abusarne”.

Circa la natura del potere attribuito al Prefetto la Sezione, uniformandosi alla prevalente giurisprudenza, ha già riconosciuto che, in ragione dell’ampia discrezionalità che connota le determinazioni dell’Autorità in materi di armi, “non si richiede una particolare motivazione, se non negli ovvi limiti della sussistenza dei presupposti idonei a far ritenere che le valutazioni effettuate non siano irrazionali o arbitrarie (cfr. Cons. St., Sez. III, 13 aprile 2011 n. 2294) ” (Cons. Stato, Sez. III, 11 luglio 2014, n. 3547)” (TAR Emilia Romagna, Parma, 27 marzo 2015, n. 102).

Detto ambito di discrezionalità, ancorché come evidenziato di vasta ampiezza, non esime, tuttavia, l’Amministrazione da una, sia pur sintetica, specificazione delle ragioni per le quali viene ritenuta l’inaffidabilità dell’interessato, in special modo quando l’interessato sia stato per lungo tempo titolare di licenza di polizia e detentore di armi senza dar luogo a rilievi.

La giurisprudenza, circa tale specifico profilo, è pressoché unanime nel ritenere che “ancorché nella materia in esame ricorra ampia discrezionalità dell’Amministrazione nella valutazione relativa alla possibilità di abuso delle armi, è necessario che siffatta discrezionalità venga esercitata correttamente, con adeguata istruttoria e valutazione dei presupposti e con idonea e logica motivazione; il pericolo di abuso delle armi, infatti, costituisce giusta e responsabile preoccupazione per le autorità incaricate del rispetto dell’ordine pubblico e dell’incolumità delle persone, che deve essere comprovato e postula una adeguata valutazione non del singolo episodio, ma anche della personalità del soggetto interessato che possa giustificare un giudizio necessariamente prognostico sulla sua inaffidabilità (cfr. T.A.R. Puglia – Bari, Sez. III, n. 2147/2012; id., n. 432/2011; id., n. 3888/2010)” (TAR Lombardia, Milano, Sez. I, 3 marzo 2015, n. 606).

Nel caso di specie, come già rilevato in sede cautelare, l’Amministrazione procedeva all’adozione del provvedimento interdittivo impugnato, senza effettuare in sede istruttoria “una complessiva valutazione della personalità del ricorrente”.

Il provvedimento impugnato, infatti, si limita a richiamare la presupposta e più volte citata proposta avanzata dalla Questura (con la quale veniva comunicato il fatto assunto quale presupposto del successivo divieto senza formulazione di alcuna valutazione ulteriore) facendone derivare, sulla base di un mero automatismo, la “contestata negligenza e superficialità”.

Né una tale valutazione, come anticipato, veniva effettuata in esecuzione della decisione cautelare.

Per quanto precede il ricorso deve essere accolto fatti salvi gli ulteriori provvedimenti dell’Amministrazione da adottarsi sulla base di una rinnovata valutazione e, ricorrendone i presupposti, gli eventuali provvedimenti cautelari da adottarsi nelle more del procedimento di riesame.

In virtù della natura del vizio rilevato, sussistono giuste ragioni per compensare le spese di giudizio fra le parti.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l’Emilia Romagna, Sezione staccata di Parma, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei sensi di cui in motivazione.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in Parma nella camera di consiglio del giorno 9 maggio 2018 con l’intervento dei magistrati:

Sergio Conti, Presidente

Marco Poppi, Consigliere, Estensore

Roberto Lombardi, Primo Referendario

articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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