Porto d’armi: illegittimo il diniego per reato di falso ideologico.

Una condanna per falso ideologico a carico del richiedente non è sufficiente a legittimare il diniego del porto d’armi.

Il Tar Lombardia, sez. Milano, con la sentenza n. 522/2018 ha affermato che non tutti i precedenti legittimano il diniego del porto d’armi. In particolare, la mera esistenza di una condanna per falso ideologico a carico del richiedente non è elemento sufficiente a legittimare un provvedimento negativo in assenza di una valutazione complessiva di inaffidabilità del soggetto.


Pubblicato il 23/02/2018

N. 00522/2018 REG.PROV.COLL.

N. 02103/2017 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 2103 del 2017, proposto da:
-OMISSIS-, rappresentato e difeso dall’avvocato Riccardo Garavaglia, con domicilio eletto presso il suo studio in Milano, Via Agnello, n. 5

contro

Ministero dell’Interno – Questura di Varese, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura dello Stato, domiciliataria in Milano, Via Freguglia, n. 1

per l’annullamento

del decreto emesso dal Questore della Provincia di Varese in data 18 maggio 2017 e notificato il 7 giugno 2017, di rigetto dell’istanza di rilascio della licenza di porto d’armi per tiro a volo/uso sportivo presentata dal ricorrente, nonché di ogni altro atto ad esso preordinato, presupposto, consequenziale e comunque connesso e conseguentemente.

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Ministero dell’Interno;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 21 febbraio 2018 il dott. Oscar Marongiu e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

1. Il ricorrente ha impugnato il provvedimento indicato in epigrafe, con il quale il Questore di Varese ha rigettato la sua istanza di rilascio della licenza di porto d’armi per tiro a volo/uso sportivo, deducendone l’illegittimità sulla base dei seguenti motivi:

1) VIOLAZIONE DI LEGGE – FALSA E/O ERRATA APPLICAZIONE DEGLI ARTT. 11 e 43 DEL REGIO DECRETO N. 773/1931 (T.U.L.P.S.);

2) ECCESSO DI POTERE SOTTO IL PROFILO DELLO SVIAMENTO DI POTERE PER CARENZA DI INTERESSE PUBBLICO, DIFETTO DI MOTIVAZIONE E DI ISTRUTTORIA ED

ERRORE SUI PRESUPPOSTI;

3) ECCESSO DI POTERE PER VIOLAZIONE DI UN PRECETTO DI LOGICA E/O PER ILLOGICITA’ DEL PROVVEDIMENTO, PER TRAVISAMENTO DEI FATTI ED INGIUSTIZIA MANIFESTA.

Si è costituito il Ministero intimato, chiedendo la reiezione del ricorso.

Alla camera di consiglio del giorno 11 ottobre 2017 la Sezione ha respinto l’istanza cautelare ritenendo insussistente il requisito del periculum.

Alla pubblica udienza del giorno 21 febbraio 2018 la causa è passata in decisione.

2. Il ricorso è fondato; di seguito le motivazioni della sentenza, rese nella forma redazionale semplificata di cui all’art. 74 c.p.a.

2.1. Il diniego impugnato si fonda sulle seguenti circostanze:

– “in data 12.09.04 ed in data 12.02.05 sospensione della patente per guida sotto l’influenza dell’alcool”;

in data 23.05.05 sospensione della patente per superamento dei limiti di velocità”;

in data 25.06.10 veniva emesso Decreto Penale di Condanna dal Tribunale di Busto Arsizio per il reato di falsità ideologica” perché, in unione e concorso con altro soggetto, quale parte acquirente di una unità immobiliare, con dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà diretta al notaio ed allegata al rogito, indicava il prezzo di compravendita e le relative modalità di pagamento in modo incompleto, ovvero per soli 285.000 euro, a fronte di un prezzo realmente pagato di 366.000 euro (fatti commessi nel 2006). Il decreto penale in questione è stato opposto e nel 2014 è intervenuta sentenza di non luogo a procedere per sopravvenuta prescrizione.

2.2. Ai sensi dell’art. 43, comma 2, del TULPS la licenza di porto d’armi “… può essere ricusata … a chi non può provare la sua buona condotta o non dà affidamento di non abusare delle armi”.

2.3. Nella materia delle licenze di pubblica sicurezza i requisiti attitudinali o di affidabilità dei richiedenti tali licenze devono sempre essere desunti da condotte del soggetto interessato, anche diverse da quelle aventi rilievo penale e accertate in sede penale, che tuttavia, secondo una valutazione ragionevole, devono risultare significative in rapporto al tipo di funzione o di attività da svolgere, in quanto idonee o meno a disvelare un’effettiva mancanza di requisiti o di qualità richieste per l’esercizio delle attività di cui si tratta.

Al riguardo, l’Amministrazione dell’Interno ha un potere ampiamente discrezionale per valutare con il massimo rigore qualsiasi circostanza che consigli l’adozione del provvedimento di revoca o di diniego di un’autorizzazione di polizia, in quanto la misura restrittiva persegue la finalità di prevenire la commissione di reati e, in generale, di fatti lesivi della pubblica sicurezza.

L’interessato, per converso, deve essere persona esente da mende o da indizi negativi, nei cui confronti esista sicura affidabilità, tenuto conto che il rilascio delle autorizzazioni in parola presuppone una attività di controllo sulla attuale sussistenza delle condizioni richieste dalla legge.

L’Amministrazione, tuttavia, può esercitare il suo potere nel rispetto dei canoni tipici della discrezionalità amministrativa, sia sotto il profilo motivazionale che sotto quello della coerenza logica e della ragionevolezza; deve quindi darsi conto, in motivazione, dell’adeguata istruttoria espletata al fine di evidenziare le circostanze di fatto in ragione delle quali il soggetto richiedente sia ritenuto pericoloso o comunque capace di abusi.

La Questura, nel condurre l’istruttoria ai fini del rilascio della licenza, non può dunque limitarsi ad evidenziare, come verificatosi nella fattispecie, la mera sussistenza di due risalenti condanne per guida in stato di ebbrezza, di una altrettanto risalente sospensione della patente per eccesso di velocità e di una condanna con decreto penale per falso ideologico commesso oltre dieci anni prima (peraltro seguito da sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione) senza, in concreto, valutarne l’incidenza in ordine al giudizio di affidabilità e/o probabilità di abuso nell’uso della licenza; e ciò perché la valutazione della possibilità di abuso, pur fondandosi legittimamente su considerazioni probabilistiche, non può prescindere da una congrua ed adeguata istruttoria, della quale dar conto in motivazione, onde evidenziare le ragioni che farebbero ritenere il soggetto inaffidabile.

2.4. Ciò posto, nel caso di specie ritiene il Collegio che il provvedimento impugnato sia sprovvisto di adeguata motivazione e sia viziato da irragionevolezza giacché, per quanto i fatti commessi dal ricorrente rappresentino condotte in astratto suscettibili di incrinare l’immagine di affidabilità di colui che intenda essere autorizzato a portare armi con sé, il carattere molto risalente delle condanne in questione, la non diretta pertinenza delle stesse rispetto agli interessi tutelati dalle norme applicabili nella fattispecie, il non avere mai il ricorrente tenuto condotte di abuso specifico dell’uso delle armi, sono tutte circostanze che avrebbero richiesto una attività istruttoria più approfondita ed una motivazione ben più esaustiva in ordine ai profili idonei a suffragare una lettura degli episodi quali indici sintomatici di attuale scarso equilibrio caratteriale e di indole incline alla violenza; la motivazione addotta, per contro, non supporta adeguatamente un giudizio di pericolosità sociale dell’interessato per l’ordine e la sicurezza pubblica poiché, per quanto sopra detto, non rende verosimile un giudizio prognostico ex ante circa la sopravvenuta inaffidabilità del ricorrente.

2.5. Il ricorso, pertanto, è fondato e va accolto, potendosi ritenere assorbito ogni altro profilo; ne consegue l’annullamento del provvedimento impugnato e l’obbligo per l’Amministrazione di ripronunciarsi sull’istanza del ricorrente, tenendo conto dei rilievi sopra svolti.

2.6. Le spese del giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono la regola della soccombenza, come di norma.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato, nei sensi e nei termini di cui in motivazione.

Condanna il Ministero resistente alla rifusione in favore del ricorrente delle spese processuali, liquidate complessivamente in € 1000,00 (mille/00), oltre accessori di legge e rimborso del contributo unificato, ove versato.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1, del d.lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare il ricorrente.

Così deciso in Milano nella camera di consiglio del giorno 21 febbraio 2018 con l’intervento dei magistrati:

Angelo De Zotti, Presidente

Mauro Gatti, Consigliere

Oscar Marongiu, Primo Referendario, Estensore

articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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