Illegittima l’interdittiva antimafia per un sequestro probatorio penale a carico dell’impresa.

La Prefettura non può emettere un’interdittiva antimafia sulla base di un sequestro probatorio per reati di mafia su alcuni beni dell’azienda.

Il Tar Calabria, sez. Catanzaro, con la propria sentenza n. 680/2018 si è espressa nel senso che non sia legittimo il provvedimento di interdittiva antimafia per l’azienda che abbia subito una perquisizione e un sequestro probatorio per reati commessi da una associazione ‘ndranghetista.


Pubblicato il 21/03/2018

N. 00680/2018 REG.PROV.COLL.

N. 00668/2017 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 668 del 2017, proposto da:
-OMISSIS-, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Giuseppe Mammone, Carmelo Solano, con domicilio eletto presso lo studio Andrea Ferrara in Catanzaro, via Pugliese 29;

contro

Ministero dell’Interno, Ufficio Territoriale del Governo Vibo Valentia, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentati e difesi per legge dall’Avvocatura Distr.le Catanzaro, domiciliata in Catanzaro, via G.Da Fiore, 34;

per l’annullamento

della interdittiva antimafia num. -OMISSIS- del 22.03.2017 emessa dalla Prefettura di Vibo Valentia

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio di Ministero dell’Interno e di Ufficio Territoriale del Governo Vibo Valentia;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 28 febbraio 2018 il dott. Raffaele Tuccillo e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

Con ricorso la -OMISSIS-chiedeva di annullare l’efficacia esecutiva della informativa interdittiva antimafia descritta in ricorso e degli ulteriori atti indicati.

Si costituiva il Ministero resistente chiedendo rigettarsi il ricorso.

Il ricorso deve trovare accoglimento.

Il provvedimento impugnato risulta fondato su una vicenda penale che ha interessato la ricorrente quale destinataria di un sequestro probatorio. Più in particolare, in data 19 gennaio 2017 la ricorrente subisce l’esecuzione, presso la propria sede legale, di un decreto di perquisizione e sequestro probatorio, provvedimento adottato dalla DDA di-OMISSIS-in data 17 gennaio 2017 nell’ambito di un complesso procedimento di indagine, che si sviluppa intorno alla ipotesi della sussistenza di un centro di controllo criminale, riconducibile a clan ndranghetisti operanti nel territorio di -OMISSIS-, capace di dirigere illecitamente, attraverso il supporto di amministratori pubblici compiacenti e la loro copertura, il sistema degli appalti pubblici nella provincia di-OMISSIS-a favore di decine di imprese.

L’interdittiva è stata adottata sulla scorta del fatto che la ricorrente aveva subito la perquisizione ed il sequestro. Tuttavia, il Pubblico Ministero, titolare delle indagini, ha specificato che «i signori -OMISSIS-e -OMISSIS-[ossia gli amministratori della società] non sono stati destinatari di misure cautelari personali nè di richieste di rinvio a giudizio nel proc. pen. n -OMISSIS-rgnr D.D.A. , mentre la società-OMISSIS- non risulta destinataria di sequestro preventivo, ma di perquisizione e sequestro di natura probatoria».

Il provvedimento in questione risulta adottato sulla base del decreto di perquisizione e sulla iscrizione della società nel registro degli indagati. Tuttavia, la seconda circostanza appare espressamente contestata dalla ricorrente, come già evidenziato, e non provata dall’amministrazione resistente; la prima circostanza, trattandosi di sequestro probatorio, è inidonea a supportare il provvedimento in questione (cfr. già ordinanza cautelare n. 272 del 2017 adottata in corso di causa).

Ne discende che il ricorso deve trovare accoglimento e, per l’effetto, deve essere annullato il provvedimento impugnato.

Le spese di lite seguono la soccombenza per legge e sono liqudiate d’ufficio come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, annulla i provvedimenti impugnati.

Condanna parte resistente al rimborso delle spese di lite in favore della ricorrente che liquida in complessivi euro 2.000,00, per compensi professionali, oltre accessori come per legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1 D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare -OMISSIS-.

Così deciso in Catanzaro nella camera di consiglio del giorno 28 febbraio 2018 con l’intervento dei magistrati:

Vincenzo Salamone, Presidente

Francesco Tallaro, Referendario

Raffaele Tuccillo, Referendario, Estensore

articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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