Interdittiva antimafia: illegittima se basata solo su un rapporto di parentela con soggetto mafioso.

Non può essere emessa una interdittiva antimafia per il semplice rapporto di parentela con un soggetto mafioso.

Il Tar Puglia, sez. di Bari, con la sent. n. 347/2018 ha affermato che il provvedimento di interdittiva antimafia basato unicamente sul rapporto di parentela con un soggetto mafioso di una delle persone fisiche di un’impresa è illegittimo. Difatti, il Collegio ha precisato che è necessaria una più approfondita analisi dell’effettiva ingerenza e influenza del sodalizio criminale all’interno dell’impresa per cui si emette il provvedimento.


Pubblicato il 14/03/2018

N. 00347/2018 REG.PROV.COLL.

N. 00169/2018 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia

(Sezione Seconda)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

ex art. 60 del codice del processo amministrativo;
sul ricorso numero di registro generale 169 del 2018, proposto da -OMISSIS-, rappresentata e difesa dagli avvocati Michele Dionigi e Gianfranco Di Sabato, con domicilio eletto presso lo studio del primo in Bari, via Fornari, 15/A;

contro

Ministero dell’Interno, U.T.G. – Prefettura di Foggia, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentati e difesi per legge dall’Avvocatura distrettuale dello Stato di Bari, domiciliati in Bari, via Melo, 97;
Comune di Monte Sant’Angelo, non costituito in giudizio;

per l’annullamento

a) del provvedimento prot. n. 43463 del 21/11/2017 (comunicato a mezzo racc. a/r il successivo I dicembre) a firma del Prefetto della Provincia di Foggia, recante “interdittiva antimafia” nei confronti della ricorrente;

b) della nota di trasmissione della detta “interdittiva antimafia” prot. n. 43713 del 22/11/2017, a firma del Dirigente dell’Area I della Prefettura di Foggia;

c) della determinazione gestionale n. 870 del 7/12/2017, a firma del Responsabile del Settore gestione del territorio del Comune di Monte Sant’Angelo, recante risoluzione contrattuale;

d) di ogni altro atto ad essi comunque connesso, presupposto e/o consequenziale, ivi comprese, ancorché non conosciute, le note del Comando provinciale Carabinieri di Foggia n. 0174497/1-5P del I/1/2016 e n. 0176889/1-4P del 13/10/2017; le note della Questura di Foggia n. Q.2.2./2016/Anticr./MPS- Antimafia rispettivamente del 7/12/2016 e del 14/10/2017; la nota della Guardia di Finanza di Foggia n. 0082577/2017 del 21.02.2017; la nota della Direzione investigativa antimafia n. 11831 del 27/09/2017, nonché dello “esito” dell’attività istruttoria valutato nelle riunioni del Gruppo Interforze Antimafia del 9/6/2017 e del 16/10/2017.

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero dell’Interno e dello U.T.G. – Prefettura di Foggia;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 6 marzo 2018 il consigliere Giuseppina Adamo e uditi per le parti i difensori, avv. Michele Dionigi e avv. dello Stato Isabella Piracci;

Comunicata alle parti in forma diretta ed esplicita la possibilità di adottare una sentenza semplificata, ricorrendone le condizioni previste;

Sentite le stesse ai sensi dell’art. 60 del codice del processo amministrativo, approvato con il decreto legislativo 2 luglio 2010 n. 104;

Ritenuto in fatto e in diritto quanto segue.

 

Il ricorso in esame può essere deciso alla luce dei principi enunciati dalla giurisprudenza, secondo la quale, per fondarsi il sospetto che un’impresa sia oggetto d’infiltrazione criminale ai fini dell’adozione dell’informazione antimafia, ritiene non sufficiente, quale unico elemento, il rapporto di parentela fra le persone fisiche, coinvolte rispettivamente nell’attività economica implicante un rapporto con la P.A. e in fatti riconducibili ad attività criminali, non potendosi desumere, senz’altro riscontro, che le normali frequentazioni fra due o più persone legate da vincoli di parentela (in questo caso con il marito pregiudicato e con il figlio che frequenta soggetti raggiunti da condanne penali ovvero destinatari di misure di prevenzione) comportino un coinvolgimento con l’ambiente criminale al quale una o più di esse appartengono (ex plurimis, Consiglio di Stato n. 930/2014; TAR Puglia, n. 770/2017).

In effetti, oltre a mancare un’indagine sulle effettive interferenze nella gestione dell’impresa, essendosi l’istruttoria (per quanto prodotta) limitata a raccogliere riscontri documentali, il riferimento all’ambiente familiare mette in evidenza dati sporadici e incongrui: con riguardo agli altri elementi della famiglia del marito, anch’essi pregiudicati e i cui i nomi sono omissati, infatti, il fratello è stato ucciso nel 2002, mentre il cugino è stato definitivamente condannato per associazione di tipo mafioso nel 2003.

Le verifiche che hanno riguardato tali persone sono consentite dall’articolo 91, comma 5 (“Il prefetto competente estende gli accertamenti pure ai soggetti che risultano poter determinare in qualsiasi modo le scelte o gli indirizzi dell’impresa”), al fine di accertare “se risultano elementi dai quali sia possibile desumere la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa”, elementi che, però, in definitiva, nel caso esaminato, si esauriscono nella sola constatazione degli stessi rapporti di coniugio, parentali e di affinità già riferiti. Né dall’istruttoria possono desumersi dati diversi e ulteriori, visto che la Questura di Foggia esclude la sussistenza di informazioni circa eventuali tentativi di infiltrazioni mafiose tendenti a condizionare le scelte e/o gli indirizzi della società, invitando il commissariato di Manfredonia ad ulteriori approfondimenti di cui però non è noto l’esito, e che pure alla Guardia di Finanza non risultano precedenti situazioni che facciano presumere tentativi di tal tipo (all. 6 e 7 al rapporto informativo depositato il 27 febbraio 2018).

Il provvedimento richiama altresì, a sostegno dell’informativa, il contesto sociale; il rapporto informativo insiste poi in particolare sulla situazione complessiva del comune di Monte Sant’Angelo. Negli atti non è però neppur approssimativamente indicato come le vicende delineate, compresa quella relativa allo scioglimento del consiglio comunale, si connettano con le attività della signora -OMISSIS-. Né vengono in ausilio alla comprensione dei fatti alcune produzioni documentali da parte dell’Amministrazione, la quale, pur essendo parte del giudizio, ha depositato sentenze del T.A.R. Lazio e del Consiglio di Stato (all. 3 e 4 al rapporto informativo depositato il 27 febbraio 2018) in forma così “omissata”, da renderle in gran parte incomprensibili, per lo meno rispetto alle circostanze e ai collegamenti sui quali intendeva dare argomento di prova.

In conclusione, il ricorso è d’accogliere, con il conseguente annullamento sia della “interdittiva antimafia” sia della determinazione gestionale n. 870 del 7 dicembre 2017 del Comune di Monte Sant’Angelo che si fonda sul provvedimento prefettizio.

La peculiarità della vicenda e la natura degli interessi giustifica l’integrale compensazione delle spese di lite tra le parti.

P.Q.M.

il Tribunale amministrativo regionale per la Puglia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, annulla i provvedimenti impugnati.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1, del D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare le persone menzionate.

Così deciso in Bari nella camera di consiglio del giorno 6 marzo 2018 con l’intervento dei magistrati:

Giuseppina Adamo, Presidente, Estensore

Giacinta Serlenga, Consigliere

Flavia Risso, Referendario

articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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