Porto d’armi: illegittimo il diniego per omicidio colposo alla guida.

Il diniego del porto d’armi per una condanna per omicidio colposo a seguito di incidente d’auto è illegittimo se non congruamente motivato.

Il Tar Lombardia, sez. Brescia, con la sentenza n. 344/2018 ha affermato che non è ammissibile alcun automatismo di revoca del porto d’armi a seguito di condanna per omicidio colposo per violazioni del Codice della Strada. Di conseguenza, il Collegio ha chiarito che nel caso di specie fosse necessario dar conto nella motivazione delle ragioni che hanno portato a un giudizio prognostico di inaffidabilità del ricorrente, non essendo sufficiente il mero richiamo alla condanna penale per legittimare il provvedimento.


Pubblicato il 26/03/2018

N. 00344/2018 REG.PROV.COLL.

N. 00693/2016 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia

sezione staccata di Brescia (Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 693 del 2016, proposto da:
sul ricorso n. 693 del 2016, proposto da -OMISSIS-, rappresentato e difeso dall’avv. Francesca Vitale e domiciliato ai sensi dell’art. 25 c.p.a. presso la Segreteria di questo Tribunale, in Brescia, alla via Carlo Zima n. 3

contro

la Questura della Provincia di Bergamo, in persona del Questore pro-tempore, rappresentata e difesa per legge dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato, presso la quale è domiciliata in Brescia, alla via Santa Caterina n. 6

per l’annullamento

il provvedimento CAT. 030699/II/2016-P.A.S.I., del 29 febbraio 2016, notificato il 22 marzo 2016, recante diniego al rinnovo della licenza per porto di fucile per uso tiro a volo n. 234072-L rilasciata dalla Questura di Bergamo il 10 novembre 2007.

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio della Questura di Bergamo;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 21 marzo 2018 il dott. Roberto Politi e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO

Assume parte ricorrente l’illegittimità della determinazione, come sopra avversata, in ragione delle seguenti censure:

1)Eccesso di potere per carenza di motivazione, difetto di istruttoria, contraddittorietà e irrazionalità manifeste. Violazione dell’art. 3 della legge 7 agosto 1990 n. 241. Violazione del principio del legittimo affidamento.

La Questura di Bergamo con il provvedimento Cat. 030699/II^/2016 – P.A.S.I. del 3 marzo 2016, notificato all’odierno ricorrente in data 22 marzo 2016, prendeva atto del fatto: “che nei confronti del Sig. -OMISSIS-, in data 1 febbraio 2010, con Sentenza nr. 2416/2006 Reg. Gen – nr. 186/2010 Reg. Sent. e nr. 6925/04 Not. Reato della Corte di Appello di Brescia veniva confermata la Sentenza di primo grado del 7/2/2006 del Tribunale di Bergamo – Sez. di Grumello del Monte, che condannava -OMISSIS- alla pena di mesi sei di reclusione, con sanzione accessoria della sospensione della patente di guida per mesi due, oltre al pagamento delle spese processuali, per il reato di cui all’art. 589 c.p. per aver cagionato la morte di una persona per colpa, consistita in imprudenza con violazione delle norme del C. di S., effettuando una manovra di sorpasso a velocità superiore a quella imposta (Km/h 115 a fronte del limite di 90 Km/h), senza prestare la giusta attenzione, perdendo il controllo del proprio mezzo, sbandando ed innescando così l’incidente con conseguenze mortali. La Sentenza sopra richiamata diveniva irrevocabile il 6/7/2011 per dichiarazione di inammissibilità del ricorso della Suprema Corte di Cassazione”.

Proseguiva, poi, sostenendo che: “L’imperizia dimostrata in tale contesto, che portava il -OMISSIS-, ingiustificatamente, a compiere dapprima una “inchiodata” e poi una brusca deviazione a sinistra, non può non rilevare anche una certa irruenza di comportamento dell’interessato, già emersa in passato e rilevabile agli atti di questo Ufficio, del tutto incompatibile con il mantenimento di autorizzazione di polizia in materia di armi”.

Premesso quanto sopra, la Questura di Bergamo motivava il proprio provvedimento affermando che: “Esaurita la fase istruttoria con l’acquisizione di sufficiente documentazione e dato atto che sono venuti meno i presupposti e le condizioni per il rilascio/rinnovo della licenza, in quanto, il titolare di porto d’armi, e quindi un possessore di armi, deve offrire, sempre, ampie garanzie di fare un corretto uso delle stesse, mantenendo una condotta irreprensibile sotto ogni aspetto ed immune da mende, anche remote, vivere in modo tranquillo e trasparente, sia in famiglia che nelle relazioni con gli altri associati; rilevato che ai fini dell’emanazione di provvedimenti in materia di armi, proprio in ragione del loro carattere preventivo, non è necessario l’accertamento di un oggettivo ed accertato abuso delle licenza e/o delle armi, ma è sufficiente un giudizio probabilistico effettuato sulla base di tutte quelle circostanze, oggettive e soggettive, da cui possa desumersi un abuso, o pericolo di abuso, delle armi stesse; […] valutato come indubbiamente recessivo l’interesse a praticare l’attività dell’esercizio del tiro a volo del Sig. -OMISSIS- all’esigenza di tutelare l’incolumità pubblica nonché l’ordine e la sicurezza pubblica, sebbene in via preventiva; poiché, per quanto sopra, il -OMISSIS- non offre garanzie di non abusare delle armi; […] decreta il diniego alla istanza di rinnovo di licenza di porto di fucile per uso di tiro a volo avanzata da -OMISSIS-, per i motivi suesposti”.

Nel richiamare il contenuto dispositivo delle previsioni in materia dettate dal T.U.L.P.S. (artt. 11 e 43), il ricorrente precisa di aver subito una condanna per un reato colposo a seguito di un incidente stradale; e soggiunge di essere stato in possesso della licenza ora revocata sin dal 10 novembre 2007 e (in epoca, quindi, successiva alla condanna, in primo grado, da parte del Tribunale di Bergamo).

Assume che l’elevata discrezionalità di cui è titolare l’Autorità di pubblica sicurezza in materia, debba, tuttavia, essere esercitata secondo i principi di trasparenza dell’azione amministrativa e di legittimo affidamento del privato nei confronti di essa, senza che ciò possa trasmodare in irrazionalità o contraddittorietà manifeste.

Pertanto, in caso di diniego del rinnovo della licenza, la Pubblica Amministrazione procedente non può esimersi dall’indicare, nella motivazione, il mutamento delle circostanze, di fatto e soggettive, che l’avevano già indotta a rilasciare, negli anni antecedenti, il suddetto titolo.

L’Autorità procedente, a fronte dell’istanza di rinnovo della licenza prodotta dalla ricorrente, avrebbe dovuto far riferimento alle ragioni che hanno comportato il venir meno dei presupposti che hanno indotto al rilascio del titolo.

Né vi sarebbe stata alcuna istruttoria, da cui si evinca la non affidabilità del soggetto o, comunque, l’emersione di elementi tali da giustificare una diversa determinazione rispetto alle valutazioni contenute nella citata autorizzazione.

Conclude parte ricorrente insistendo per l’accoglimento del gravame, con conseguente annullamento degli atti oggetto di censura.

L’Amministrazione intimata, costituitasi in giudizio, ha eccepito l’infondatezza delle esposte doglianze, invocando la reiezione dell’impugnativa.

La domanda di sospensione dell’esecuzione dell’atto impugnato, dalla parte ricorrente proposta in via incidentale, è stata da questa Sezione respinta con ordinanza n. 499 del 14 luglio 2016.

Il ricorso viene ritenuto per la decisione alla pubblica udienza del 21 marzo 2018.

DIRITTO

1. La normativa suscettibile di applicazione alla controversia all’esame è rappresentata:

– dall’art. 11 del TULPS di cui al R.D. 18 giugno 1931 n. 773, che così dispone:

Salve le condizioni particolari stabilite dalla legge nei singoli casi, le autorizzazioni di polizia debbono essere negate:

1) a chi ha riportato una condanna a pena restrittiva della libertà personale superiore a tre anni per delitto non colposo e non ha ottenuto la riabilitazione;

2) a chi è sottoposto all’ammonizione o a misura di sicurezza personale o è stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza.

Le autorizzazioni di polizia possono essere negate a chi ha riportato condanna per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico, ovvero per delitti contro le persone commessi con violenza, o per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, o per violenza o resistenza all’autorità, e a chi non può provare la sua buona condotta.

Le autorizzazioni devono essere revocate quando nella persona autorizzata vengono a mancare, in tutto o in parte, le condizioni alle quali sono subordinate, e possono essere revocate quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego della autorizzazione”.

– dall’art. 43 dello stesso TULPS, che stabilisce:

Oltre a quanto è stabilito dall’art. 11 non può essere conceduta la licenza di portare armi:

a) a chi ha riportato condanna alla reclusione per delitti non colposi contro le persone commessi con violenza, ovvero per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione;

b) a chi ha riportato condanna a pena restrittiva della libertà personale per violenza o resistenza all’autorità o per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico;

c) a chi ha riportato condanna per diserzione in tempo di guerra, anche se amnistiato, o per porto abusivo di armi.

La licenza può essere ricusata ai condannati per delitto diverso da quelli sopra menzionati e a chi non può provare la sua buona condotta o non dà affidamento di non abusare delle armi”.

2. Il Testo Unico, nel disciplinare il rilascio della «licenza di porto d’armi», mira a salvaguardare la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica.

Come ha rilevato la Corte Costituzionale (con la sentenza 16 dicembre 1993, n. 440, § 7, che ha condiviso quanto già affermato con la precedente sentenza n. 24 del 1981), il potere di rilasciare le licenze per porto d’armi «costituisce una deroga al divieto sancito dall’art. 699 del codice penale e dall’art. 4, primo comma, della legge n. 110 del 1975»: «il porto d’armi non costituisce un diritto assoluto, rappresentando, invece, eccezione al normale divieto di portare le armi».

Ciò comporta che – oltre alle disposizioni specifiche previste dagli articoli 11, 39 e 43 del testo unico n. 773 del 1931 – rilevano i principi generali del diritto pubblico in ordine al rilascio dei provvedimenti discrezionali.

Inoltre, oltre alle disposizioni del testo unico che riguardano i requisiti di ordine soggettivo dei richiedenti (in particolare, gli articoli 11, 39 e 43), rilevano quelle (in particolare, gli articoli 40 e 42) che attribuiscono in materia i più vasti poteri discrezionali per la gestione dell’ordine pubblico:

– per l’art. 40, «il Prefetto può, per ragioni di ordine pubblico, disporre, in qualunque tempo, che le armi, le munizioni e le materie esplodenti, di cui negli articoli precedenti, siano consegnate, per essere custodite in determinati depositi a cura dell’autorità di pubblica sicurezza o dell’autorità militare» (il che significa che il Prefetto può senz’altro disporre il ritiro delle armi, purché, ovviamente, sussistano le idonee ragioni da palesare nel relativo provvedimento);

– per l’art. 42, «il Questore ha facoltà di dare licenza per porto d’armi lunghe da fuoco e il Prefetto ha facoltà di concedere, in caso di dimostrato bisogno, licenza di portare rivoltelle o pistole di qualunque misura o bastoni animati la cui lama non abbia una lunghezza inferiore a centimetri 65» (il che significa che il Prefetto può anche fissare preventivi criteri generali per verificare se nei casi concreti vi sia il «dimostrato bisogno» di un porto d’armi per difesa personale, in rapporto ai profili coinvolti dell’ordine pubblico).

3. La giurisprudenza (cfr., ex plurimis, Cons. Stato, sez. III, 28 aprile 2015 n. 2162 e 14 ottobre 2014 n. 5398) ha, poi, affermato che “la valutazione al riguardo dell’Autorità di pubblica sicurezza, caratterizzata da ampia discrezionalità, persegue lo scopo di prevenire, per quanto possibile, l’abuso di armi da parte di soggetti non pienamente affidabili, tanto che il giudizio di “non affidabilità” è giustificabile anche in situazioni che non hanno dato luogo a condanne penali o misure di pubblica sicurezza, ma a situazioni genericamente non ascrivibili a “buona condotta” (Cons. Stato, sez. III, 19 settembre 2013 n. 4666)”.

Nell’osservare come l’autorizzazione al possesso delle armi non integri un diritto, ma costituisca, piuttosto, il frutto di una valutazione discrezionale nella quale devono unirsi la mancanza di requisiti negativi e la sussistenza di specifiche ragioni positive, deve ritenersi che la regola generale sia rappresentata dal divieto di detenzione delle armi, che la autorizzazione di polizia è suscettibile di rimuovere in via di eccezione, in presenza di specifiche ragioni e in assenza di rischi anche solo potenziali, che è compito dell’autorità di pubblica sicurezza prevenire.

4. Può, sinteticamente, affermarsi che:

– l’autorizzazione alla detenzione ed al porto d’armi postulano che il beneficiario osservi una condotta di vita improntata alla piena osservanza delle norme penali e di quelle poste a tutela dell’ordine pubblico, nonché delle regole di civile convivenza (da ultimo, Cons. Stato, sez. III, 11 marzo 2015 n. 1270);

– la valutazione che compie l’Autorità di Pubblica Sicurezza in materia è caratterizzata, quindi, da ampia discrezionalità e persegue lo scopo di prevenire, per quanto possibile, l’abuso di armi da parte di soggetti non pienamente affidabili;

– il giudizio di “non affidabilità” è giustificabile anche in situazioni che non hanno dato luogo a condanne penali o misure di pubblica sicurezza, ma a situazioni genericamente non ascrivibili a “buona condotta” (Cons. Stato, sez. III, 27 aprile 2015 n. 2158 e 14 ottobre 2014 n. 5398);

dovendosi, peraltro, rammentare come il nostro ordinamento sia ispirato a regole limitative della diffusione e possesso dei mezzi di offesa, tant’è che i provvedimenti che ne consentono la detenzione ed utilizzo vengono ad assumere – su un piano di eccezionalità – connotazioni concessorie di una prerogativa che esula dall’ ordinaria sfera soggettiva delle persone.

Ciò determina che, nel bilanciamento degli interessi coinvolti, assume carattere prevalente, nella scelta selettiva dell’Amministrazione, quello di rilievo pubblico, inerente alla sicurezza e all’incolumità delle persone, rispetto a quello del privato, tanto più nei casi di impiego dell’arma per attività di diporto o sportiva.

5. Tali considerazioni, peraltro, non escludono – né possono escludere – che la valutazione dell’Autorità in termini di “non affidabilità” ad un corretto uso delle armi debba essere assistita da congruo apparato motivazionale.

Apparato motivazionale, giova soggiungere, che deve necessariamente essere “attualizzato” con riferimento al momento in cui il potere amministrativo viene esercitato.

Conseguentemente, anche risalenti pregiudizi penali e/o di polizia, ovvero condotte altrimenti suscettibili di inalveare un giudizio di non “affidabilità”, ben possono essere considerate dall’Autorità: purché, peraltro, la riveniente valutazione – alla luce di documentati, o documentabili, profili di attualizzazione del giudizio di disvalore – venga motivatamente correlata alla ritenuta (persistente; e, quindi, attuale) inidoneità del soggetto al mantenimento (ovvero, al conseguimento) del titolo di polizia.

Nella fattispecie all’esame, la valutazione compiuta dalla resistente Amministrazione è fondata (unicamente) sull’esistenza di un pregiudizio penale a carico del ricorrente, rappresentato dalla condanna per omicidio colposo conseguita alla condotta di guida mantenuta dall’interessato in un risalente episodio.

La condanna comminata in primo grado risale al 2006; mentre la Corte d’Appello di Brescia confermava tale pronunzia con sentenza del 2010, divenuta definitiva nel 2011.

Il provvedimento gravato risulta adottato nel 2016, a sei anni dalla decisione d’appello.

Ritiene il Collegio come la procedente Autorità avrebbe dovuto, pur non escludendosi la rilevanza del suindicato precedente penale, procedere ad una complessiva valutazione della posizione del ricorrente ai fini del rilascio del titolo di polizia, verificando, specificamente, se gli elementi indizianti la sussistenza di una personalità “inaffidabile” quanto ad un corretto uso delle armi, per come promananti dalla condanna penale, rivelassero attuale e perdurante connotazione.

In altri termini, se non è preclusa l’adottabilità di determinazioni della specie anche a distanza di tempo dalla commissione di fatti rilevanti nel quadro del giudizio rimesso all’Autorità quanto al possesso, ovvero al porto di armi, nondimeno la valutazione – quando non consegua con carattere di esclusa discrezionalità alla presenza delle condanne indicate agli artt. 11 e 43 T.U.L.P.S. – deve, necessariamente, essere condotta alla luce di una complessiva disamina della personalità dell’interessato, vieppiù penetrante laddove l’arco temporale intercorso fra i fatti a tal fine astrattamente rilevanti e l’esercizio del potere amministrativo riveli, come nella fattispecie all’esame, non insignificante commisurazione.

6. Le considerazioni precedentemente esposte inducono all’accoglimento del ricorso, in ragione della ravvisata emersione, nella gravata determinazione, di profili inficianti sotto l’aspetto motivazione e con riferimento all’inadeguatezza/incompletezza dell’attività istruttoria che ha preceduto l’emanazione del provvedimento.

Quest’ultimo deve, conseguentemente, essere annullato; rimanendo, ovviamente, riservato all’Autorità amministrativa il rinnovato esercizio del potere, all’interno dello svolgimento delle coordinate di legittimità precedentemente illustrate nel quadro dell’attitudine conformativa propria della presente decisione.

Le spese di lite seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia sezione staccata di Brescia (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, annulla l’atto con esso impugnato.

Condanna la resistente Questura della Provincia di Bergamo, in persona del Questore pro-tempore, al pagamento delle spese di giudizio in favore del ricorrente in ragione di € 2.000,00 (Euro duemila/00), oltre accessori come per legge e refusione del contributo unificato, ove versato.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1, del D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, per procedere all’oscuramento delle generalità e degli altri dati identificativi della parte ricorrente, nonché degli altri soggetti nominativamente individuati nella presente pronunzia, manda alla Segreteria di procedere all’annotazione di cui ai commi 1 e 2 della medesima disposizione, nei termini ivi indicati.

Così deciso in Brescia nella camera di consiglio del giorno 21 marzo 2018 con l’intervento dei magistrati:

Roberto Politi, Presidente, Estensore

Mauro Pedron, Consigliere

Stefano Tenca, Consigliere

articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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