L’automatica revoca della patente conseguente a condanne per reati di spaccio non è legittima.

È illegittima la revoca della patente di guida a seguito di una condanna per i reati di cui agli artt. 73 e 74 del D.P.R. 309/1990 (T.U. Stupefacenti).

Il Tar Lombardia, sez. staccata di Brescia, ha affermato con la sentenza n. 343/2018 l’illegitimità del provvedimento di revoca della patente a seguito di condanne per reati di cui agli art. 73 e 74 del D.P.R. 309/1990. In particolare, la Corte ha rilevato l’intervento della Corte Costituzionale che con la sentenza n. 22/2018 ha sancito l’incostituzionalità dell’art. 120, comma 2, del Codice della Strada che prevedeva l’automatismo della sanzione della revoca per i richiamati reati, laddove invece sarebbe dovuto essere prevista una discrezionalità per l’Amministrazione. Alla luce di ciò, il provvedimento impugnato, che invece faceva esclusivo riferimento alle condanne a carico del ricorrente senza alcuna ulteriore motivazione, risultava viziato e dunque veniva annullato.


Pubblicato il 26/03/2018

N. 00343/2018 REG.PROV.COLL.

N. 00170/2015 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia

sezione staccata di Brescia (Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso n. 170 del 2015, proposto da -OMISSIS-, per il presente giudizio domiciliato ex art. 25 c.p.a. presso la Segreteria di questo Tribunale, in Brescia, alla via Carlo Zima n. 3, rappresentato e difeso dall’avv. Manlio Filippo Zampetti

contro

la Prefettura di Bergamo, in persona del Prefetto p.t., rappresentato e difeso ex lege dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato, presso la quale è domiciliato, in Brescia, alla via Santa Caterina n. 6

per l’annullamento

del provvedimento di revoca della patente di guida ctg. “B” n. U1B916385P, rilasciata dalla Prefettura di Bergamo, notificato in data 31 ottobre 2014 a mani dell’interessato, prot. n. 63703 Area III bis

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio dell’Amministrazione intimata;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 21 marzo 2018 il dott. Roberto Politi e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO

Con l’avversata ordinanza, il Prefetto di Bergamo, ex art. 120 commi 1 e 2 del Codice della Strada comunicava al ricorrente la revoca della patente di guida allo stesso rilasciata.

Il provvedimento veniva adottato a fronte della sentenza con la quale la Corte d’Appello di Brescia aveva condannato l’odierno ricorrente alla pena di anni due e mesi otto di reclusione e ad € 12.000,00 di multa per il reato previsto e punito dall’art. 73 del D.P.R. 309/1990.

Il Prefetto di Bergamo riteneva che il sig. -OMISSIS- non possedesse più i requisiti morali prescritti per ottenere il rilascio della patente di guida sulla base di un’applicazione “automatica” della revoca del titolo, attesa la sussistenza di una delle cause previste dall’art. 120 C.d.S.

Queste le dedotte censure:

Eccesso di potere per travisamento dei fatti; o, in subordine, violazione di legge, in quanto ii Prefetto della Provincia di Bergamo, nel motivare il provvedimento di revoca della patente, ometteva di rappresentare gli elementi concreti in base ai quali si sarebbe dovuto desumere lo stato attuale di pericolosità sociale del ricorrente applicando un ragionamento basato su un mero automatismo

Il Prefetto di Bergamo, con il provvedimento impugnato, non ha formulato alcun giudizio di pericolosità sociale nei confronti del ricorrente, limitandosi ad un mero richiamo al precedente penale del sig. -OMISSIS- ed alla citazione, quale fondamento del proprio operato, della pronuncia della Corte Costituzionale (ordinanza 169/2013) che, espressamente, conferma la legittimità di tale procedimento.

L’ordinanza n. 169 del 2013, citata nel provvedimento impugnato, si porrebbe in contrasto con i principi declinati dalla stessa Corte Costituzionale, che non possono essere disattesi senza entrare in conflitto con quanto affermato a livello comunitario.

Nell’osservare come la sentenza di condanna richiamata in atti risalga ad un episodio avvenuto in data 9 marzo 2007, ribadisce parte ricorrente l’illegittimità del gravato provvedimento, laddove non ha contemplato alcuna valutazione discrezionale da parte della Pubblica amministrazione in merito all’attualità del pericolo evidenziato.

Formula parte ricorrente, in subordine, eccezione di incostituzionalità dell’art. 120, commi 1 e 2, del Codice della Strada, come modificato dalla legge 94/2009, nella parte in cui prevede la perdita automatica del possesso dei requisiti morali prescritti per ottenere il rilascio della patente di guida per le persone condannate per i reati di cui agli artt. 73 e 74 del Testo Unico di cui al D.P.R. 309/1990, per violazione dell’art. 117, comma 1, Cost. e per l’aperto contrasto con l’ordinamento comunitario nella misura in cui non lascia spazio ad una valutazione discrezionale della pubblica Amministrazione, nonché per violazione dell’art. 3 Cost.

Conclude parte ricorrente insistendo per l’accoglimento del gravame, con conseguente annullamento degli atti oggetto di censura.

L’Amministrazione intimata, costituitasi in giudizio, ha eccepito l’infondatezza delle esposte doglianze, invocando la reiezione dell’impugnativa.

La domanda di sospensione dell’esecuzione dell’atto impugnato, dalla parte ricorrente proposta in via incidentale, è stata da questa Sezione respinta con ordinanza n. 293 del 5 marzo 2015.

Il ricorso viene ritenuto per la decisione alla pubblica udienza del 21 marzo 2018.

DIRITTO

1. Giova precisare che il provvedimento impugnato ha disposto, nei confronti dell’odierno ricorrente, la revoca della patente di guida:

– a fronte della sentenza n. 2802/2012 in data 12 novembre 2012, con la quale la Corte d’Appello di Brescia ha condannato l’odierno ricorrente alla pena della reclusione per anni due e mesi otto, nonché della multa per € 12.000,00, per il reato previsto e punito dall’art. 73 del D.P.R. 309/1990;

– in ragione del conseguente, ritenuto, venir meno, in capo all’interessato, dei “requisiti morali prescritti per ottenere il rilascio della patente di guida”, ai sensi dell’art. 120, commi 1 e 2, del Codice della Strada, approvato con D.Lgs. 30 aprile 1992 n. 285;

– ed in considerazione del contenuto dell’ordinanza della Corte Costituzionale 169/2013, con la quale è stata confermata l’applicazione “automatica” della revoca della patente di guida, in presenza di una delle cause previste dall’art. 120 C.d.S.

Il suindicato pregiudizio penale ha costituito, pertanto, l’unico presupposto giustificativo dell’adozione del censurato provvedimento di diniego di rilascio della patente di guida, in relazione alla affermata “mancanza dei requisiti morali” di cui all’art. 120, comma 1, del Codice della Strada.

L’art. 120 del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), come sostituito dall’art. 3, comma 52, lettera a), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), sotto la rubrica «Requisiti morali per ottenere il rilascio dei titoli abilitativi di cui all’art. 116», nei suoi commi 1, 2 e 3, così testualmente stabilisce (rectius: stabiliva, anteriormente all’intervento della Corte Costituzionale, di cui al successivo punto 2.):

«1. Non possono conseguire la patente di guida i delinquenti abituali, professionali o per tendenza e coloro che sono o sono stati sottoposti a misure di sicurezza personali […], le persone condannate per i reati [in materia di stupefacenti] di cui agli artt. 73 e 74 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, fatti salvi gli effetti di provvedimenti riabilitativi […]»;

«2. […] se le condizioni soggettive indicate al primo periodo del comma 1 del presente articolo intervengono in data successiva al rilascio, il prefetto provvede alla revoca della patente di guida. La revoca non può essere disposta se sono trascorsi più di tre anni dalla data […] del passaggio in giudicato della sentenza di condanna per i reati indicati al primo periodo del medesimo comma 1»;

«3. [l]a persona destinataria del provvedimento di revoca di cui al comma 2 non può conseguire una nuova patente di guida prima che siano trascorsi almeno tre anni».

2. Con recente sentenza n. 22 del 9 febbraio 2018 (pubblicata in G.U. il 14 febbraio 2018), la Corte Costituzionale, esclusa la natura sanzionatoria della revoca in via amministrativa della patente, ha ritenuto fondata la questione – relativa all’automatismo della revoca della patente, da parte dell’autorità amministrativa, in caso di sopravvenuta condanna del suo titolare, per reati in materia di stupefacenti – per violazione dei principi di eguaglianza, proporzionalità e ragionevolezza di cui all’art. 3 della Costituzione.

La disposizione ex art. 120 C.d.S., secondo il giudizio della Corte, in quanto fondata “sul presupposto di una indifferenziata valutazione di sopravvenienza di una condizione ostativa al mantenimento del titolo di abilitazione alla guida … ricollega … in via automatica, il medesimo effetto, la revoca di quel titolo, ad una varietà di fattispecie, non sussumibili in termini di omogeneità, atteso che la condanna, cui la norma fa riferimento, può riguardare reati di diversa, se non addirittura di lieve, entità. Reati che, per di più, possono … essere assai risalenti nel tempo, rispetto alla data di definizione del giudizio. Il che dovrebbe escluderne l’attitudine a fondare, nei confronti del condannato, dopo un tale intervallo temporale, un giudizio, di assenza dei requisiti soggettivi per il mantenimento del titolo di abilitazione alla guida, riferito, in via automatica, all’attualità”.

Ulteriore profilo di irragionevolezza della disposizione in esame è stato, poi, ravvisato “nell’automatismo della “revoca” amministrativa rispetto alla discrezionalità della parallela misura del “ritiro” della patente che, ai sensi dell’art. 85 del d.P.R. n. 309 del 1990, il giudice che pronuncia la condanna per i reati in questione «può disporre», motivandola, «per un periodo non superiore a tre anni»: contraddizione ravvisabile “in ciò che – agli effetti dell’adozione delle misure di loro rispettiva competenza (che pur si ricollegano al medesimo fatto-reato e, sul piano pratico, incidono in senso identicamente negativo sulla titolarità della patente) – mentre il giudice penale ha la “facoltà” di disporre, ove lo ritenga opportuno, il ritiro della patente, il prefetto ha invece il “dovere” di disporne la revoca”.

Per tali profili di contrasto con l’art. 3 Cost., è stata, pertanto, dichiarata l’illegittimità costituzionale del comma 2 dell’art. 120 cod. strada, nella parte in cui dispone che il prefetto «provvede» − invece che «può provvedere» − alla revoca della patente di guida, in caso di sopravvenuta condanna del suo titolare per i reati di cui agli artt. 73 e 74 del D.P.R. n. 309 del 1990.

3. Tale conclusione si rivela affatto omogenea rispetto alla sistematica interpretativa da questa Sezione esplicitata con sentenza 21 giugno 2016 n. 864; e, da ultimo, ribadita con sentenza 11 dicembre 2017 n. 1416.

Con tale pronunzia, in particolare, è stato rilevato come:

– “per quanto riguarda i reati in materia di stupefacenti l’automatismo della revoca o del diniego di rilascio della patente di guida ex art. 120 commi 1 e 2 del codice della strada sia venuto meno in relazione alla fattispecie di lieve entità e alla condanna per droghe leggere, purché in quest’ultimo caso la pena in concreto applicata non superi il massimo edittale della fattispecie di lieve entità”;

– “la perdita dell’automatismo implica l’obbligo per la Prefettura di valutare in concreto la posizione dell’interessato, tenendo conto non solo delle condanne penali ma anche della condotta successiva e delle prospettive di reinserimento sociale”;

Sotto tale ultimo profilo, questa stessa Sezione (cfr. ordinanza n. 1216 del 23 giugno 2015, resa nell’ambito del giudizio conclusosi poi con la sentenza sopra citata), aveva ritenuto rilevanti, nel quadro del rinnovato apprezzamento incombente sulla competente Autorità, i seguenti parametri:

“(1) gravità dell’episodio criminoso descritto nella sentenza di condanna;

(2) condotta mantenuta dal ricorrente successivamente alla condanna, sia sotto il profilo lavorativo sia in generale nei rapporti sociali e interpersonali;

(3) eventuali nuove denunce a carico del ricorrente, o frequentazione di soggetti pericolosi;

(4) eventuale presenza di familiari in grado di assistere e sostenere il ricorrente nel percorso riabilitativo; (5) svolgimento di attività lavorative, oppure offerte di lavoro, in relazione alle quali sia necessario il possesso della patente di guida”.

4. L’intervenuta pronunzia di incostituzionalità dell’art. 120, comma 2, C.d.S., per come promanante dal suindicato intervento “manipolativo” posto in essere dalla Corte Costituzionale (nelle conclusioni, come si è avuto modo di rilevare, affatto omogeneo ai principi come sopra precedentemente enunciati dalla Sezione), impone l’accoglimento del presente mezzo di tutela.

Il venir meno dell’“automatismo” precedentemente disciplinato dalla norma in rassegna (e ricollegante la revoca del titolo di guida all’intervenuta pronunzia di una sentenza penale di condanna), impone, ora, alla competente Autorità prefettizia una (necessaria) valutazione in ordine alla immanenza e consistenza degli elementi suscettibili di inalveare un giudizio di “insussistenza” dei requisiti morali: giudizio che, lungi dal promanare dal mero pregiudizio penale, deve transitare attraverso un apprezzamento discrezionale, le cui direttrici di svolgimento ben possono essere ricondotte ai parametri da questa Sezione enucleati in epoca largamente antecedente al recente arresto del Giudice delle Leggi.

Va soggiunto che, laddove (come nel caso in esame) la sentenza di condanna riveli collocazione temporale largamente risalente rispetto alla determinazione prefettizia concernente il titolo di guida, sul discrezionale apprezzamento anzidetto è suscettibile di indurre un rafforzamento dell’effusione motivazionale, sì da esplicitare le ragioni sottese ad un giudizio di “perduranza” della “inidoneità morale” ai fini della conservazione del titolo stesso.

5. Se quanto esposto chiaramente milita nel senso dell’accoglibilità del presente ricorso, non ravvisa il Collegio alcun elemento ostativo a siffatta conclusione con riferimento all’appartenenza della cognizione giurisdizionale della presente controversia al giudice ordinario, anziché al giudice amministrativo.

Tale dubbio potrebbe essere indotto dalla stessa sentenza della Consulta 22/2018, laddove viene dichiarata “la manifesta inammissibilità della questione sollevata dal Tribunale amministrativo regionale per il Friuli-Venezia Giulia … in quanto detto giudice difetta ictu oculi di giurisdizione. Per risalente e consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione, giudice regolatore della giurisdizione, i provvedimenti adottati ai sensi dell’art. 120 cod. strada (incidenti su diritti soggettivi non degradabili ad interessi legittimi per effetto della loro adozione, né inerenti a materia riconducibile alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo) sono riservati, infatti, alla cognizione del giudice ordinario (ex multis, Sezioni Unite, sentenze 14 maggio 2014, n. 10406; 6 febbraio 2006, n. 2446; e, analogamente in tema di sospensione della patente, 27 aprile 2005, n. 8693; 11 febbraio 2003, n. 1993; 8 luglio 1996, n. 6232)”.

Peraltro, come correttamente osservato dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato (cfr. memoria depositata il 17 febbraio 2018):

– se è pur vero che, ripetutamente, le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione si sono pronunciate in favore della giurisdizione del giudice ordinario (in considerazione della natura vincolata della revoca)

– ora, proprio la sentenza da ultimo resa dalla Corte Costituzionale, nel dichiarare l’incostituzionalità dell’art. 120 C.d.S. nella parte in cui dispone che il prefetto «provvede» – in luogo di «può provvedere» – alla revoca della patente, ha caratterizzato siffatta determinazione in senso marcatamente discrezionale: con riveniente, chiara, sussumibilità della cognizione delle relative controversie nel perimetro giurisdizionale di spettanza del giudice amministrativo.

Né osta a siffatta conclusione – come, pure, correttamente rilevato dalla stessa difesa erariale – quanto indicato dall’art. 5 c.p.c., atteso che il principio da esso stabilito “secondo cui la giurisdizione si determina con riguardo alla legge vigente ed allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda, senza che abbiano effetto i successivi mutamenti, essendo diretto a favorire, e non ad impedire, il verificarsi della perpetuatio jurisdictionis, trova applicazione solo nel caso di sopravvenuta carenza di giurisdizione del giudice originariamente adito, ma non anche nel caso in cui il mutamento dello stato di diritto o di fatto comporti, invece, l’attribuzione della giurisdizione al giudice che ne era privo al momento della proposizione della domanda (Cass., SS.UU., 13 settembre 200, n. 18126 e Cass. civ., Sez. II, 8 ottobre 2014 n. 21221).

6. Nell’escludere che la gravata determinazione rechi, come in precedenza accennato, adeguati elementi rappresentativi in ordine alla discrezionale valutazione – ora – rimessa alla competente Autorità prefettizia (diversamente rispetto a quanto, pur esaurientemente, rappresentato dall’Avvocatura nella sopra citata memoria difensiva; a proposito del contenuto della quale, va rammentato come sia preclusa l’integrazione “postuma” del contenuto motivazionale dell’atto assoggettato a sindacato giurisdizionale), deve ribadirsi, nei limiti di cui sopra, l’accoglibilità del proposto mezzo di tutela: alla quale accede l’annullamento dell’atto con esso gravato.

Deve, da ultimo, soggiungersi che l’effetto conformativo promanante dalla presente pronunzia imporrà alla competente Autorità, in sede di rinnovato esercizio del potere, la valutazione anzidetta della personalità del ricorrente, con carattere di necessaria prodromicità rispetto all’assunzione della determinazione concernente il rilascio del titolo di guida.

Sussistono, in ragione della peculiarità della presente controversia (segnatamente, con riferimento alla sopravvenienza, in pendenza di giudizio, della più volte citata pronunzia della Corte Costituzionale), giusti motivi per compensare fra le parti le spese di lite.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia sezione staccata di Brescia (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, annulla – nei limiti e con gli effetti indicati in motivazione – l’atto con esso gravato.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1, del D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, per procedere all’oscuramento delle generalità e degli altri dati identificativi della parte ricorrente, nonché degli altri soggetti nominativamente individuati nella presente pronunzia, manda alla Segreteria di procedere all’annotazione di cui ai commi 1 e 2 della medesima disposizione, nei termini ivi indicati.

Così deciso in Brescia nella camera di consiglio del giorno 21 marzo 2018 con l’intervento dei magistrati:

Roberto Politi, Presidente, Estensore

Mauro Pedron, Consigliere

Stefano Tenca, Consigliere

articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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