Porto d’armi: illegittimo il diniego per condanna per peculato e concussione.

Non è legittimo il diniego di porto d’armi per un patteggiamento per peculato e concussione a carico del richiedente.

Il Tar Liguria, sent. 19/2018, ha dichiarato illegittima il rigetto dell’istanza di concessione del porto d’armi con l’unica motivazione che il richiedente in passato avesse patteggiato per i reati di concussione e peculato. Non rientrando questi delitti tra quelli assolutamente ostativi al rilascio della licenza, i Giudici Amministrativi hanno chiarito come occorresse una motivazione del provvedimento di diniego ben più articolata dalla quale emergessero gli elementi di inaffidabilità del cittadino.


Pubblicato il 15/01/2018

N. 00019/2018 REG.PROV.COLL.

N. 00101/2016 REG.RIC.

N. 00987/2016 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Liguria

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 101 del 2016, proposto da:
Franco Angelo Caruso, rappresentato e difeso dagli avv. Andrea Campanile e Pietro Balletti, elettivamente domiciliato presso l’avv. Andrea Campanile nel suo studio in Genova, via Ceccardi, 4/23;

contro

Ministero dell’interno, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura distrettuale dello Stato, domiciliataria ex lege in Genova, viale Brigate Partigiane, 2;

 

sul ricorso numero di registro generale 987 del 2016, proposto da:
Franco Angelo Caruso, rappresentato e difeso dagli avv. Andrea Campanile e Pietro Balletti, elettivamente domiciliato presso l’avv. Andrea Campanile nel suo studio in Genova, via Ceccardi, 4/23;

contro

Ministero dell’interno, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura distrettuale dello Stato, domiciliataria ex lege in Genova, viale Brigate Partigiane, 2;

per l’annullamento

quanto al ricorso n. 101 del 2016:

del decreto del Questore di Savona 25/11/2015, Cat. 6F/15/PASI, n. 164/15, notificato il 7/12/2015, che ha negato al ricorrente il rinnovo/rilascio della licenza del porto di fucile ad uso caccia;

di ogni ulteriore atto antecedente, presupposto, successivo e/o comunque connesso e, in particolare, per quanto possa occorrere, della nota della Questura di Savona – Divisione polizia amministrativa e sociale – Ufficio armi 17/9/2015, Cat. 6F/15, prot. n. 963, recante preavviso di diniego ex art. 10-bis, legge n. 241/1990;

quanto al ricorso n. 987 del 2016:

del decreto della Prefettura di Savona – Ufficio Territoriale del Governo 21/11/2016, n. 0033486, notificato il 24/11/2016, che ha fatto divieto al ricorrente di detenere armi, munizioni e prodotti esplodenti;

di ogni ulteriore atto antecedente, presupposto, successivo e/o comunque connesso e, in particolare, per quanto possa occorrere, della nota della Prefettura di Savona – Ufficio Territoriale del Governo 4/11/2015, n. 0027948, recante comunicazione di avvio del procedimento ex art. 7, legge n. 241/1990.

 

Visti i ricorsi e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero dell’interno;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti dei due giudizi;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 22 novembre 2017 il dott. Richard Goso e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO

Con ricorso notificato il 27 gennaio 2016 e depositato il successivo 9 febbraio (r.g. n. 101 del 2016), il signor Franco Angelo Caruso ha impugnato il provvedimento con cui il Questore di Savona aveva respinto la sua istanza di rinnovo della licenza di porto di fucile uso caccia.

Nella motivazione del provvedimento impugnato, si afferma che l’interessato, in quanto destinatario di sentenza di applicazione della pena su richiesta della parti per i reati di peculato d’uso e di concussione, non offre “perfetta e competa affidabilità circa il buon uso delle armi”.

Premesso di essere titolare di porto d’armi dal 1968 e di non aver mai abusato di tale titolo, l’esponente denuncia i seguenti vizi di legittimità:

I) Violazione artt. 11 e 43, r.d. n. 773/1931. Violazione art. 3, legge n. 241/1990. Violazione circolare Ministero interno 17/3/2003, n. 6454. Difetto di motivazione e di istruttoria. Eccesso di potere per carenza dei presupposti.

La motivazione del provvedimento impugnato avrebbe consistenza di mera clausola di stile, priva di riferimenti alla fattispecie concreta.

L’Amministrazione procedente, inoltre, avrebbe omesso di prendere in considerazione le circostanze favorevoli al ricorrente, quali il lungo periodo di titolarità del porto d’armi e l’intervenuta estinzione della pena.

II) Violazione artt. 11 e 43, r.d. n. 773/1931. Violazione art. 3, legge n. 241/1990. Violazione art. 69, Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Violazione del principio di proporzionalità. Difetto di istruttoria e di motivazione. Illogicità e contraddittorietà. Ingiustizia grave e manifesta.

Il contestato diniego di rinnovo della licenza di porto d’armi contrasterebbe con il principio di proporzionalità.

Si è costituito in giudizio il Ministero dell’interno, con il patrocinio dell’Avvocatura distrettuale dello Stato.

L’Amministrazione resistente contrasta nel merito la fondatezza della pretesa di controparte.

Con ordinanza n. 43 del 25 febbraio 2016, è stata respinta l’istanza cautelare incidentalmente proposta con il ricorso introduttivo.

Con un secondo ricorso, notificato il 20 dicembre 2016 e depositato il giorno successivo (r.g. n. 987 del 2016), l’interessato ha impugnato il provvedimento ex art. 39 t.u.l.p.s. con cui il Prefetto di Savona gli aveva fatto divieto di detenere armi, munizioni e prodotti esplodenti.

Quest’ultimo provvedimento richiama le stesse circostanze poste a fondamento dell’atto impugnato con il primo ricorso, di cui riproduce sostanzialmente il supporto motivazionale, e disattende gli argomenti sviluppati nella memoria partecipativa dell’interessato.

Anche i motivi di gravame sono riproduttivi di quelli sollevati con il primo ricorso.

Le parti in causa hanno depositato memorie difensive.

I due ricorsi, infine, sono stati chiamati alla pubblica udienza del 22 novembre 2017 e ritenuti in decisione.

DIRITTO

1) Con il ricorso n. 101/2016, è stato impugnato il provvedimento di rigetto dell’istanza di rinnovo della licenza di porto di fucile uso caccia intestata al ricorrente.

La domanda di annullamento proposta con il ricorso n. 987/2016 ha per oggetto il provvedimento di divieto di detenzione armi e munizioni successivamente emesso nei confronti dello stesso ricorrente.

2) I due ricorsi vanno riuniti ai fini di un’unica decisione, stante la loro connessione soggettiva e oggettiva.

3) I provvedimenti impugnati nei due giudizi fondano su analogo supporto motivazionale, così riassumibile:

a) l’interessato ha subito una sentenza di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p. per i reati di peculato d’uso e di concussione, commessi tra il 2006 e il 2009;

b) visto l’esito positivo dell’affidamento in prova ai servizi sociali, il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato l’estinzione della pena detentiva con ordinanza emessa nel 2014;

c) il giudizio di non affidabilità all’uso delle armi non presuppone necessariamente l’esistenza di sentenze di condanna o l’applicazione di misure di sicurezza, ma si giustifica anche in relazione a situazioni prive di rilevanza penale, valorizzate nella loro oggettività dall’Amministrazione;

d) le circostanze emerse a carico dell’interessato sono ostative alla detenzione di armi in quanto sintomatiche di non completa affidabilità.

Nel provvedimento ex art. 39 t.u.l.p.s., si rende anche conto di una memoria partecipativa del privato e viene formulata una sbrigativa diagnosi di irrilevanza delle argomentazioni ivi sviluppate (con riferimento al fatto che i reati non riguardavano la materia delle armi, alla natura della sentenza ex art. 444 c.p.p. e all’intervenuta estinzione della pena).

4) Per quanto concerne il diniego di rinnovo del porto d’armi, le norme regolatrici sono dettate dall’art. 43 t.u.l.p.s. (r.d. 18 giugno 1931, n. 773).

Il primo comma dell’art. 43 dispone che la licenza di portare armi non può essere concessa nei casi previsti dal primo comma del precedente art. 11 (condanna a pena restrittiva della libertà personale superiore a tre anni per delitto non colposo, qualora non sia intervenuta la riabilitazione; persona dichiarata delinquente abituale, professionale o per tendenza; applicazione di una misura di sicurezza personale), a chi ha riportato condanna alla reclusione per delitti non colposi contro le persone commessi con violenza ovvero per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, nonché a chi ha riportato condanna a pena restrittiva della libertà personale per violenza o resistenza all’autorità o per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico.

E’ previsto, al secondo comma, che la licenza possa essere ricusata ai condannati per delitto diverso da quelli sopra menzionati e a chi non può provare la sua buona condotta o non dà affidamento di non abusare delle armi.

5) La legge contempla, quindi, un catalogo di situazioni (per lo più determinate da sentenze di condanna per reati di particolare gravità) assolutamente ostative alla titolarità del porto d’armi: in tali casi, il provvedimento con cui viene negato il rilascio o il rinnovo della relativa licenza può essere motivato con esclusivo riferimento alla disposizione normativa che regola la fattispecie e alla sentenza di condanna a carico del richiedente, poiché la valutazione di inaffidabilità è stata compiuta a monte dal legislatore e il rigetto dell’istanza si configura quale atto vincolato.

Negli altri casi, l’elemento fattuale da cui viene dedotto il giudizio sfavorevole può essere rappresentato da una sentenza di condanna per reati meno gravi ovvero da altre circostanze che escludano il requisito della buona condotta o la piena affidabilità del soggetto all’uso delle armi.

La licenza di portare armi, quindi, può essere negata, in base ad una valutazione ampiamente discrezionale dell’Autorità di pubblica sicurezza, anche in situazioni che non hanno dato luogo a condanne penali o a misure di pubblica sicurezza, ma che siano genericamente non ascrivibili a buona condotta o, comunque, che appaiano tali da legittimare, secondo un prudenziale giudizio prognostico, anche un semplice sospetto di abuso delle armi.

6) Il nostro ordinamento, del resto, è ispirato a regole limitative della diffusione dei mezzi di offesa, sicché i provvedimenti che ne consentono il possesso assumono connotazioni concessorie di una prerogativa che esula dall’ordinaria sfera soggettiva dei consociati: stante la netta prevalenza dell’interesse pubblico alla sicurezza e all’incolumità delle persone, rispetto a quello del privato che aspiri all’utilizzo delle armi (ad esempio) per l’esercizio della caccia, l’autorizzazione alla detenzione e al porto d’armi postula che il beneficiario sia del tutto immune da condotte violente e osservi una condotta di vita improntata alla piena osservanza delle comuni regole di buona convivenza civile, così da potersi escludere sospetti di impiego improprio delle armi o, comunque, di comportamenti incompatibili con i tranquilli e ordinati rapporti con gli altri consociati.

7) Tanto precisato, occorre comunque rilevare che, laddove non sussistano le circostanze ostative configurate al primo comma dell’art. 43 t.u.l.p.s., il provvedimento di diniego del rilascio o del rinnovo del porto d’armi è soggetto all’obbligo motivazionale che impone di specificare le ragioni per le quali, sulla base di un giudizio ex ante ispirato a finalità preventive e cautelari, si ritiene che il soggetto non offra piena e sicura garanzia di un corretto uso delle armi.

Non è possibile riconoscere, quindi, effetti di per sé ostativi alle sentenze di condanna che non configurino alcuna delle ipotesi previste dal citato primo comma: permane, in tali casi, la necessità di procedere ad un’accurata attività istruttoria (che tenga conto di circostanze quali, ad esempio, l’epoca cui risalgono i fatti contestati o la condotta tenuta successivamente dall’interessato) e di far constare le ragioni dell’eventuale diniego mediante adeguato supporto motivazionale.

8) Nel caso in esame, tale onere non è stato assolto dall’Amministrazione procedente che, nella motivazione del provvedimento impugnato, si è limitata a fare menzione della condanna “patteggiata” da cui ha meccanicamente fatto discendere la valutazione di inaffidabilità del soggetto.

E’ vero che tale condanna riguardava gravi reati contro la pubblica amministrazione (peculato d’uso e concussione), il secondo dei quali, caratterizzandosi per un abuso costrittivo attuato con violenza o minaccia, è particolarmente odioso e potenzialmente idoneo, di per sé, a giustificare l’adozione del provvedimento negativo.

Tuttavia, non ricorrendo un’ipotesi di condanna ostativa ex art. 43, primo comma, t.u.l.p.s., tale circostanza rappresenta soltanto la base del giudizio di affidabilità devoluto all’autorità di pubblica sicurezza, da completare con le dovute valutazioni in funzione di una statuizione che non ha il fine di reprimere comportamenti rilevanti per il passato, ma è volta a prevenire situazioni di pericolo nel futuro.

La latitudine di apprezzamento rimessa all’amministrazione procedente, d’altronde, non può obliterare l’esigenza di considerare il valore significativo dei fatti sopravvenuti favorevoli all’interessato (esito positivo dell’affidamento in prova; comportamento successivo esente da mende) né l’assenza di addebiti riguardo alla correttezza ed avvedutezza nell’utilizzo delle armi durante il lungo periodo di titolarità della licenza.

9) L’impugnato provvedimento negativo, in conclusione, è inficiato sotto il dedotto profilo del difetto di motivazione, poiché non supportato dall’indicazione, sia pure sintetica, delle ragioni per cui il fatto-reato contestato al ricorrente sia indicativo di inaffidabilità all’uso delle armi né dalla valutazione degli elementi che caratterizzano la specifica situazione di fatto.

10) L’art. 39 t.u.l.p.s. dispone che il Prefetto ha facoltà di vietare la detenzione delle armi, munizioni e materie esplodenti alle persone ritenute capaci di abusarne.

L’esercizio di tale potere implica il rispetto dei canoni tipici della discrezionalità amministrativa, con conseguente necessità, sotto il profilo motivazionale, di rendere conto dell’istruttoria espletata e di evidenziare adeguatamente le ragioni per le quali il soggetto sia ritenuto pericoloso o, comunque, capace di abusi nell’uso delle armi.

Ne consegue l’insufficienza di un supporto motivazionale che, come nel caso di specie, si limiti a fare menzione di una condanna “patteggiata” (sia pure relativa ad un grave illecito penale), senza alcuna dimostrazione in ordine alla ragionevole prevedibilità di abuso delle armi e, comunque, prescindendo completamente dalla valutazione dei fatti sopravvenuti e dello stile di vita attuale del soggetto.

Per tali ragioni, è illegittimo e deve essere annullato anche il divieto di detenzione armi impugnato con il ricorso n. 987/2016.

11) La delicatezza degli interessi coinvolti e la peculiarità della vicenda contenziosa giustificano la compensazione delle spese processuali.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Liguria (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sui ricorsi in epigrafe, previamente riuniti, li accoglie entrambi e, per l’effetto, annulla i provvedimenti impugnati.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Genova nella camera di consiglio del giorno 22 novembre 2017 con l’intervento dei magistrati:

Giuseppe Daniele, Presidente

Paolo Peruggia, Consigliere

Richard Goso, Consigliere, Estensore

articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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