Se si chiede l’aggiunta di un cognome storico, ma non nobiliare, è illegittimo il diniego del Ministero.

La richiesta di un’aggiunta di un cognome storico non implica automaticamente che si tratti di cognome nobiliare.

Il Tar Toscana, sent. 66/2018, è intervenuta in un caso di diniego di aggiunta di un cognome a un soggetto che ne faceva richiesta. In particolare, l’istante chiedeva venisse inserito al suo cognome anagrafico la dicitura “de Villeneuve”, trattandosi dell’originale nome della casata storica che si era perso tra i documenti ufficiali, ma che era rimasto nell’uso di fatto. Il Ministero dell’Interno rigettava l’istanza, considerando il nuovo cognome come nobiliare e dunque vietato dalla normativa di settore. Il Tar, invece, ha ritenuto che tale cognome non fosse da intendersi quale titolo nobiliare, ma come cognome originale della famiglia in senso stretto e in quanto tale ammissibile.


Pubblicato il 16/01/2018

N. 00066/2018 REG.PROV.COLL.

N. 00611/2012 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 611 del 2012, proposto da:
Riccardo Esclapon, rappresentato e difeso dagli avvocati Gian Domenico Comporti e Alberto Bigliardi, con domicilio eletto presso lo studio del secondo in Firenze, via Sant’Egidio 16;

contro

Ministero dell’Interno, Prefettura di Siena, rappresentati e difesi per legge dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato, presso la cui sede sono domiciliati in Firenze, via degli Arazzieri 4;

per l’annullamento

del decreto del Ministro dell’Interno, a firma del Sottosegretario di Stato, in data 5.1.2012, recante respingimento della domanda di aggiunta del cognome “de Villeneuve”;

della presupposta “relazione per il Sottosegretario di Stato”, prot. F/1515(2009) in data 20.12.2011, del Ministero dell’Interno – Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali – Direzione Centrale per i Servizi Demografici – Area III – Stato Civile;

di ogni altro atto presupposto e/o connesso, ancorché di ignoti estremi.

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Ministero dell’Interno e della Prefettura di Siena;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 25 ottobre 2017 il consigliere Pierpaolo Grauso e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

1. Il dottor Riccardo Esclapon espone di aver depositato presso la Prefettura di Siena, nell’ottobre del 2008, istanza ai sensi degli artt. 84 e seguenti del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396, per vedere aggiunte al proprio cognome le parole “de Villeneuve”. A corredo dell’istanza, egli ha prodotto documentazione attestante le antiche origini casata degli Esclapon de Villeneuve (radicata nella Provenza francese sin dalla seconda metà del XIII secolo), la fuga dalla Francia e l’avventuroso approdo all’Isola d’Elba, nel 1794, dei due fratelli che erano, allora, gli unici discendenti maschi della famiglia, il successivo ritorno in Francia di uno dei due fratelli e la permanenza in Italia dell’altro, le vicende di costui e dei suoi discendenti, gradualmente trasferitisi dall’Elba a Firenze: fatta eccezione per un periodo di circa dodici anni, il cui inizio sarebbe coinciso con la fuga dalla Francia, il nome familiare “Esclapon de Villeneuve” non avrebbe mai cessato di essere utilizzato dagli Esclapon insediatisi in Italia, pur senza essere mai stato registrato all’anagrafe.

Inizialmente, con nota del 19 ottobre 2008, la Prefettura aveva ritenuto di non essere competente alla trattazione dell’affare, avendo inteso l’istanza come richiesta di “cognomizzazione” di un predicato nobiliare, oggetto di azione di accertamento dinanzi al giudice ordinario.

Dietro sollecitazione dell’interessato, la pratica è stata riaperta e trasmessa al Ministero dell’Interno per i provvedimenti del caso.

Con decreto del 5 gennaio 2012, preceduto dalla comunicazione ex art. 10-bis della legge 7 agosto 1990, n. 241, il Ministero ha respinto l’istanza.

1.1. Il diniego è impugnato dinanzi a questo T.A.R. dal dott. Esclapon, il quale affida le proprie doglianze a due, articolati, motivi in diritto, concludendo altresì affinché le amministrazioni intimate siano condannate ad autorizzarlo a procedere con le affissioni e con le altre forme di pubblicità propedeutiche alla definizione del procedimento.

1.2. Resistono al gravame il Ministero dell’Interno e la Prefettura di Siena.

1.3. La causa è stata discussa e trattenuta per la decisione nella pubblica udienza del 25 ottobre 2017.

2. La nota della Prefettura di Siena del 26 aprile 2012, prodotta in giudizio dall’Avvocatura erariale, prospetta un’eccezione di incompetenza territoriale del T.A.R. adito, sul presupposto che il diniego di aggiunta del cognome produrrebbe effetti sull’intero territorio nazionale e, pertanto, dovrebbe essere conosciuto dal T.A.R. del Lazio – Roma.

Tralasciando i profili di irritualità dell’eccezione (la questione è pur sempre rilevabile d’ufficio), sul punto sia sufficiente osservare che la destinazione individuale degli effetti immediati e diretti del provvedimento impugnato impone di identificare il giudice territorialmente competente attraverso il criterio di collegamento del luogo ove il ricorrente risiede e ha il proprio centro di vita, affari e attività. La conclusione è ulteriormente avallata dall’assetto delle competenze amministrative nella materia, che – a seguito delle modifiche apportate dal d.P.R. n. 396/2000, successivamente ai fatti di causa, dal d.P.R. 13 marzo 2012, n. 54 – vede il Prefetto della provincia di residenza dell’interessato quale autorità preposta a provvedere sulle istanze di cambiamento o aggiunta del nome e del cognome (artt. 89 co. 1 e 92 co. 2 del d.P.R. n. 396/2000 novellato).

3. L’impugnato decreto ministeriale del 5 gennaio 2012 è motivato mediante espresso rinvio alla relazione redatta, sull’istanza del dott. Esclapon, dalla Direzione Centrale per i Servizi Demografici del Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali. Come risulta dalla menzionata relazione, l’amministrazione procedente ha ritenuto che, pur non essendo la richiesta del ricorrente pienamente assimilabile a quella di “cognomizzazione” di un predicato nobiliare, l’accertamento non ricadrebbe fra quelli disciplinati dall’art. 84 del d.P.R. n. 396/2000, perché vertente sulla titolarità di un diritto da accertarsi giudizialmente a norma dell’art. 7 cod. civ.. All’attribuzione in via amministrativa del predicato “de Villeneuve” osterebbe, altresì, l’art. 89 co. 3 del d.P.R. n. 396/2000, cit. (“In nessun caso può essere richiesta l’attribuzione di cognomi di importanza storica o comunque tali da indurre in errore circa l’appartenenza del richiedente a famiglie illustri o particolarmente note nel luogo in cui si trova l’atto di nascita del richiedente o nel luogo di sua residenza”), e l’eventualità di un conflitto tra il ricorrente e terzi portatori di analoghe rivendicazioni sul medesimo cognome.

3.1. Con il primo motivo di impugnazione, il dott. Esclapon deduce che la procedura disciplinata dagli artt. 84 e ss. del d.P.R. n. 396/2000 troverebbe applicazione in tutti i casi – ivi compreso quello in esame – di aggiunta di altro cognome, in nessun modo assimilabili alla diversa ipotesi della “cognomizzazione” di predicati nobiliari e non implicanti l’esercizio di un diritto, bensì di un interesse pretensivo, la cui soddisfazione è subordinata al giudizio eminentemente discrezionale dell’amministrazione. Diversamente opinando, non resterebbe alcuno spazio autonomo per l’applicazione in materia di stato civile delle norme sopra richiamate.

Con il secondo motivo, il ricorrente denuncia l’errore, nel quale sarebbe incorso il Ministero, di reputare applicabile alla fattispecie l’art. 89 co. 3 del d.P.R. n. 396/2000, riguardante l’ipotesi del cambio di nome o cognome, e non quella dell’aggiunta del cognome, dalla quale non deriverebbe il rischio di confusione che la norma mira a prevenire. La motivazione del provvedimento impugnato sarebbe inoltre viziata nella misura in cui lascerebbe trapelare un malinteso senso del principio di immutabilità del cognome, che, ad avviso del ricorrente, sarebbe da considerarsi solo tendenziale ed, anzi, implicherebbe la fisiologica possibilità di deroghe: tale impostazione spiegherebbe la superficialità dell’istruttoria condotta dall’amministrazione, la quale avrebbe travisato la natura la natura del predicato “de Villeneuve”, assegnandogli una non dovuta connotazione nobiliare, nonché equivocato la località di origine della casata degli Esclapon e disconosciuto il pur documentato, notorio e continuativo utilizzo del cognome “Esclapon de Villeneuve” da parte della sua famiglia. Illogico sarebbe, infine, il riferimento ai potenziali conflitti tra privati circa l’utilizzo del predicato, trattandosi di aspetto da valutare non in astratto, ma, se del caso, in concreto e mediante lo svolgimento della procedura contenziosa di cui agli artt. 86 e 87 d.P.R. n. 396/2000.

3.1.1. I motivi, da esaminarsi congiuntamente, sono fondati.

L’art. 84 del d.P.R. n. 396/2000, nel testo applicabile ratione temporis alla fattispecie, stabiliva che “Chiunque vuole cambiare il cognome od aggiungere al proprio un altro cognome deve farne richiesta al Ministero dell’interno esponendo le ragioni della domanda”. La disposizione è oggi rifluita nell’art. 89 co. 1 dello stesso d.P.R. n. 396/2000, in forza del quale “… chiunque vuole cambiare il nome o aggiungere al proprio un altro nome ovvero vuole cambiare il cognome, anche perche’ ridicolo o vergognoso o perche’ rivela l’origine naturale o aggiungere al proprio un altro cognome, deve farne domanda al prefetto della provincia del luogo di residenza o di quello nella cui circoscrizione e’ situato l’ufficio dello stato civile dove si trova l’atto di nascita al quale la richiesta si riferisce. Nella domanda l’istante deve esporre le ragioni a fondamento della richiesta”.

Dal canto suo, l’art. 7 cod. civ., come il successivo art. 8, garantiscono la tutela del diritto al nome attraverso le azioni di contestazione e inibitorie, cui si aggiunge la generale azione di risarcimento dei danni. Il diritto all’uso dei predicati nobiliari anteriori al 28 ottobre 1922, in quanto valevoli come parte del nome ai sensi del secondo comma della XIV Disposizione transitoria della Costituzione (il diritto alla c.d. “cognomizzazione”), è tutelato anch’esso da un’azione da proporsi in via giurisdizionale ordinaria nei confronti del Pubblico ministero, dell’Ufficio Araldico presso la Presidenza del consiglio dei ministri, e degli eventuali controinteressati (per tutte, cfr. Corte Cost., 26 giugno 1967, n. 101; Cass. civ., sez. I, 7 novembre 1997, n. 10936).

Come si vede, il nome riceve considerazione dall’ordinamento sul duplice piano pubblicistico (si pensi anche alla tutela apprestata al nome dagli artt. 494 e ss., 651 cod. pen.) e civilistico, coerentemente con la duplice funzione che esso riveste a fini identificativi della persona da parte degli altri consociati, da un lato, e quale componente del diritto dell’individuo all’identità personale, dall’altro.

L’esistenza di un doppio binario di tutela comporta che la situazione soggettiva avente a oggetto l’utilizzo di un determinato nome ben possa assumere sembianze differenti, a seconda che il suo titolare sia chiamato a confrontarsi con le contrapposte pretese di altri soggetti privati, ovvero con il potere amministrativo: diritto soggettivo nel primo caso, interesse legittimo nel secondo, ancorché non mutino le circostanze di fatto poste a fondamento della pretesa (vale a dire, le circostanze in virtù delle quali il titolare della pretesa assume di avere titolo all’uso del nome, ovvero a impedire che altri ne faccia uso).

Contrariamente, poi, a quanto si adombra nel provvedimento qui impugnato, anche in sede amministrativa trova adeguato spazio la tutela dei terzi, i quali si assumano portatori di un interesse oppositivo all’altrui istanza di utilizzo di un determinato nome. Il procedimento per il cambiamento o l’aggiunta di nome o cognome prevedeva infatti, e continua a prevedere, un meccanismo pubblicitario mediante pubblicazione all’albo pretorio, volto a sollecitare l’opposizione e comunque la partecipazione degli eventuali controinteressati, altresì legittimati, se del caso, ad agire in giudizio dinanzi al giudice amministrativo per l’annullamento del decreto di accoglimento dell’istanza di modifica/aggiunta del nome o del cognome.

Ne deriva che il divieto sancito dall’art. 89 co. 3 del d.P.R. n. 396/2000 (“In nessun caso può essere richiesta l’attribuzione di cognomi di importanza storica o comunque tali da indurre in errore circa l’appartenenza del richiedente a famiglie illustri o particolarmente note nel luogo in cui si trova l’atto di nascita del richiedente o nel luogo di sua residenza”) non va inteso come astratta condizione di ammissibilità/proponibilità dell’istanza di cambiamento, ma attiene alla sua fondatezza, previa concreta verifica – da parte dell’amministrazione investita dell’istanza – della sussistenza delle circostanze ostative indicate dalla norma.

3.1.2. Tanto premesso, nella specie il ricorrente allega a sostegno dell’istanza amministrativa di cambiamento del cognome le vicende storiche della propria famiglia, che nel corso del tempo e sino all’attualità avrebbe continuativamente utilizzato, sia pure in via di fatto, il predicato “de Villeneuve”. La prospettazione delle ragioni poste a fondamento della richiesta non cambia, tuttavia, la natura di quest’ultima e della posizione soggettiva sottostante, giacché all’amministrazione non è in alcun modo richiesto l’accertamento di un diritto: in particolare, il desiderio di vedere “ricostruito… il cognome della propria antica casata”, esposto dal dottor Esclapon nell’istanza, non integra l’oggetto della pretesa, ma ne costituisce il motivo, la cui allegazione da parte dell’interessato è doverosa alla luce di quanto stabilito dall’art. 84 (e, oggi, dall’art. 89 co. 1) del d.P.R. n. 396/2000 circa l’indicazione delle “ragioni della domanda” di modifica del cognome, e la cui rilevanza avrebbe potuto e dovuto formare oggetto del giudizio discrezionale di meritevolezza e fondatezza da parte del Ministero resistente.

Nella più elevata sede giustiziale amministrativa è già stato riconosciuto, del resto, che l’intento di perpetuare il cognome di un ramo familiare e la sua fruizione, per ragioni affettive e per il significato che quel cognome riveste nella comunità sociale in cui il richiedente è inserito, ben può concorrere a costituire l’interesse individuale legittimante l’accoglimento dell’istanza di cambiamento/aggiunta, in assenza di contrarie ragioni di pubblico interesse, ovvero di prevalenti posizioni di controinteresse, il tutto da valutarsi secondo le circostanze del caso concreto (in questo senso, cfr. fra le altre Cons. Stato, sez. I, parere 27 luglio 2012, n. 3404; id., parere 27 aprile 2012, n. 2015).

Acclarato che il ricorrente non ha fatto altro che rivendicare l’interesse pretensivo all’aggiunta al proprio cognome del predicato “de Villeneuve”, esponendone le ragioni, ha dunque errato l’amministrazione procedente nell’arrestarsi a un sostanziale rifiuto di provvedere, fondato su di una malintesa lettura dell’istanza e della stessa giurisprudenza richiamata a fondamento del diniego. Non vi è dubbio che la tutela apprestata dall’art. 7 cod. civ. possa estendersi a tutti i casi in cui il ricorrente rivendichi per sé il diritto a un cognome diverso da quello risultante dagli atti dello stato civile. Come detto, la rivendicazione del medesimo bene della vita può assumere nondimeno le vesti dell’interesse legittimo, ove sia rivolta nei confronti dell’amministrazione e l’utilizzo pregresso del cognome richiesto costituisca la ragione a fondamento della richiesta (non di accertamento di un diritto preesistente, ma) di poter modificare il proprio cognome per conformare la situazione di diritto all’uso di fatto e per tramandarlo.

Ha errato, del pari, il Ministero nel ritenere che la potenziale esistenza di conflitti tra il richiedente e terzi (per inciso, non identificati) sia di ostacolo a valutare nel merito la fondatezza dell’istanza.

4. In forza delle considerazioni che precedono, il provvedimento impugnato e gli atti procedimentali ad esso presupposti, in primo luogo la relazione del 20 dicembre 2011, debbono essere annullati.

L’amministrazione provvederà all’immediato riesame dell’istanza secondo la procedura attualmente vigente (artt. 89 e ss. del d.P.R. n. 396/2000), e nel rispetto delle indicazioni impartite con la presente sentenza.

4.1. Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana (Sezione Prima), definitivamente pronunciando, accoglie il ricorso nei sensi e per gli effetti di cui in parte motiva.

Condanna le amministrazioni resistenti alla rifusione delle spese processuali, che liquida in complessivi euro 2.000,00, oltre agli accessori di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Firenze nella camera di consiglio del giorno 25 ottobre 2017 con l’intervento dei magistrati:

Manfredo Atzeni, Presidente

Gianluca Bellucci, Consigliere

Pierpaolo Grauso, Consigliere, Estensore

articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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