Non può essere destinatario di foglio di via chi dimora nel Comune da cui si viene allontanati.

È illegittimo il foglio di via emanato nei confronti di un soggetto che, seppur non residente, dimori abitualmente nel Comune da cui viene allontanato.

Il Tar Emilia-Romagna, sez. Bologna, con la sent. 795/2017 ha affermato che il soggetto che ha dimora abituale, e non la residenza, presso un Comune non può esserne allontanato mediante foglio di via obbligatorio emesso dalla Questura.


Pubblicato il 04/12/2017

N. 00795/2017 REG.PROV.COLL.

N. 00813/2017 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Emilia Romagna

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

ex art. 60 cod. proc. amm.;
sul ricorso numero di registro generale 813 del 2017, proposto da:
Martina Verona, rappresentata e difesa dall’avv. Mattia Maso, con domicilio eletto presso il suo studio in Bologna, via Urbana 5;

contro

Ministro dell’Interno, in persona del Ministro p.t., rappresentati e difesi per legge dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato, anche domiciliataria in Bologna, via Guido Reni, 4;

per l’annullamento

del foglio di via obbligatorio emesso dal Questore di Bologna in data 11 giugno 2017 e notificato alla ricorrente nella medesima data;

per l’annullamento

del provvedimento di silenzio-rigetto della Prefettura di Bologna, formatosi in data 5 ottobre 2017, dato lo spirare del termine perentorio di 90 giorni dal deposito del ricorso gerarchico, con il quale il Prefetto di Bologna ha rigettato il ricorso proposto avverso il provvedimento di foglio di via obbligatorio;

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero dell’Interno;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 22 novembre 2017 il dott. Ugo De Carlo e uditi per le parti i difensori Mattia Maso e Stefano Cappelli;

Sentite le stesse parti ai sensi dell’art. 60 cod. proc. amm.;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

La ricorrente impugnava il silenzio rigetto che si era formata sul ricorso gerarchico da lei presentato avverso la misura di prevenzione del foglio di via obbligatorio inflitta nei suoi confronti dal Questore di Bologna motivato sulla base di generici precedenti di polizia per reati di fabbricazione di materie esplodenti e per partecipazione a manifestazione non autorizzata ed in considerazione che l’ulteriore permanenza costituisse pericolo per la sicurezza pubblica, poiché in occasione del G7 ambiente ospitato a Bologna vi sarà la presenza di contestatori, supportati dagli esponenti dell’antagonismo locali cui la Verona Luppoli appartiene, con rischi di iniziativa di contestazione che creeranno turbativa per l’ordine pubblico.

Il primo motivo di ricorso lamenta la violazione dell’art. 2 d.lgs. 159/2011 e l’eccesso di potere per travisamento dei fatti, carenza di presupposti e difetti di istruttoria ed illogicità della motivazione.

La misura di prevenzione irrogata presuppone che il destinatario risieda fuori dal Comune da cui viene allontanato; la ricorrente dimora a Bologna fin dal novembre 2011 avendo tra l’altro frequentato la facoltà di Lettere e beni culturali ove ha conseguito la laurea nell’aprile 2016.

Pertanto, pur non avendo in Bologna la residenza anagrafica, vi dimora abitualmente e quindi ha la residenza effettiva fin dal 2011 ai sensi dell’art. 43 c.c. che la attribuisce laddove si abbia la dimora abituale al di là di quello che indicano le risultanze anagrafiche che costituiscono una mera presunzione iuris tantum.

Inoltre ha deciso di trattenersi a Bologna dove ritiene di poter trovare più facilmente un lavoro a lei confacente.

Il terzo motivo contesta la violazione degli artt. 1 e 2 del d. lgs. 159/2011 e l’eccesso di potere per travisamento dei fatti, carenza di presupposti e difetto di istruttoria e illogicità della motivazione.

Il provvedimento non indica in alcun modo per quali ragioni il ricorrente possa rientrare in una delle categorie individuate dall’art. 1 D.lgs. 159/2011 per definire un soggetto pericoloso socialmente.

Le categorie indicate dalla norma sono:

a) coloro che debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, abitualmente dediti a traffici delittuosi;

b) coloro che per la condotta ed il tenore di vita debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose;

c) coloro che per il loro comportamento debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, comprese le reiterate violazioni del foglio di via obbligatorio di cui all’articolo 2, nonché dei divieti di frequentazione di determinati luoghi previsti dalla vigente normativa, che sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica.

Nessuna di dette ipotesi è configurabile a carico della ricorrente cui è stata inflitta la misura sulla base di mere segnalazioni di polizia, che non denotano una specifica pericolosità sociale del soggetto, rappresentando atti e comportamenti che concretizzano piuttosto l’esercizio del diritto alla libertà di opinione e di manifestazione di pensiero, riunione e di associazione e che non hanno comportato alcuna condanna in sede penale nei confronti del ricorrente.

Il Ministero dell’Interno si costituiva concludendo per il rigetto del ricorso sulla base di una relazione dell’Amministrazione.

Il ricorso è fondato.

La ricorrente ha dimostrato che da molti anni vive stabilmente a Bologna dove ha studiato e sta cercando lavoro; pertanto la sua dimora abituale è in quella città e la circostanza è maggiormente rilevante rispetto alle risultanze dei registri anagrafici.

Lo scopo del foglio di via è quello di limitare la libertà di spostamento di cui normalmente godono i cittadini quando una persona pericolosa socialmente venga identificata fuori del suo luogo di residenza senza un legittimo motivo. Si tratta di una misura di polizia fortemente limitante una delle più scontate libertà costituzionali quale quella di locomozione, ma si giustifica per esigenze di ordine pubblico.

Sarebbe, però, paradossale impedire ad una persona che vive da sei anni in Bologna dove ha frequentato l’Università di poter circolare nella città dove ha deciso di vivere dopo gli studi, per cui già solo in accoglimento del primo motivo il provvedimento merita di essere annullato.

Anche il secondo motivo è fondato.

Il presupposto per applicare una misura di prevenzione è l’appartenenza ad una delle categorie indicate dall’art. 1: la sola tra le categorie che potrebbe astrattamente applicarsi alla ricorrente è la terza (c) coloro che per il loro comportamento debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica.

Ma l’appartenere a movimenti politici che siano particolarmente attivi sul piano delle manifestazioni pubbliche o che siano note alle forze di polizia perché alcuni dei loro componenti tendono a fomentare disordini se non a commettere reati non può automaticamente far attribuire alla persona la categoria di persona pericolosa per l’ordine pubblico.

Bisogna poter dimostrare che il soggetto non si sia limitato ad esercitare i suoi diritti politici, ma che in occasione di pubbliche manifestazioni abbia trasceso in manifestazioni violente o abbia comunque favorito chi tali comportamenti violenti abbia posto in essere.

Nel caso in esame vi è un generico riferimento a precedenti di polizia la cui consistenza non è possibile apprezzare in mancanza di riferimenti più concreti.

Il provvedimento va annullato con condanna dell’Amministrazione alle spese di giudizio secondo il principio della soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l’Emilia Romagna, Sezione Prima, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato.

Condanna il Ministero dell’Interno a rifondere le spese di giudizio che liquida in € 2.000 oltre accessori ed alla restituzione del contributo unificato ove versato.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Bologna nella camera di consiglio del giorno 22 novembre 2017 con l’intervento dei magistrati:

Giuseppe Di Nunzio, Presidente

Umberto Giovannini, Consigliere

Ugo De Carlo, Consigliere, Estensore

articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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