Permesso di soggiorno: non è legittimo alcun automatismo di diniego in caso di condanna penale per il reato di cui all’art. 474 c.p.

Non può essere negato il permesso di soggiorno unicamente per una condanna per il reato di commercio di prodotti con segni falsi a carico dello straniero richiedente.

Il Tar Lombardia, Sez. Brescia, con la sentenza n. 1049/2017 ha ribadito l’orientamento per cui la Questura non può negare il permesso di soggiorno per il solo fatto che il richiedente sia stato condannato per il reato di cui all’art. 474 c.p. Invero, il provvedimento deve essere congruamente motivato in ordine alla pericolosità sociale dello straniero. Analoga pronuncia era già stata analizzata al seguente link: Permesso di soggiorno: la condanna per i reati di cui agli art. 473 e 474 c.p. non consente un automatico diniego dell’istanza di rinnovo.


Pubblicato il 18/08/2017

N. 01049/2017 REG.PROV.COLL.

N. 00582/2017 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia

sezione staccata di Brescia (Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

ex art. 60 cod. proc. amm.;
sul ricorso numero di registro generale 582 del 2017, proposto da:
Mame Serigne Thioune, rappresentato e difeso dall’avvocato Andrea Pienazza, con domicilio eletto presso il suo studio in Brescia, via Solferino 59;

contro

Questura di Brescia, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura distrettuale dello Stato, domiciliataria in Brescia, via S. Caterina, 6;

per l’annullamento

del decreto 11 gennaio 2017, di diniego dell’istanza di rinnovo del permesso di soggiorno;

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di Questura di Brescia;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 12 luglio 2017 il dott. Giorgio Calderoni e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Sentite le stesse parti ai sensi dell’art. 60 cod. proc. amm.;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

1. L’impugnato diniego di rinnovo del permesso di soggiorno si fonda sul richiamo:

* alla sentenza 28.06.2013 della Corte di Appello di Brescia, irrevocabile il 13.11.2014, con cui il ricorrente è stato condannato alla reclusione per mesi 10 e 450,00 euro di multa, per i reati di introduzione nello Stato di prodotti con segni falsi in concorso, violazione delle norme sul diritto d’autore in concorso e ricettazione continuata in concorso;

* all’art. 26 c.7 bis del D.L.vo 286/1998 secondo cui la condanna con provvedimento irrevocabile per i suddetti reati previsti comporta la revoca del permesso di soggiorno rilasciato allo straniero e l’espulsione del medesimo con accompagnamento alla frontiera a mezzo della forza pubblica;

* al deferimento all’A.G. del ricorrente in data 17.1.2016, per il reato di cui all’art. 6 comma 3 D.L.vo 286/1998 (facoltà ed obblighi inerenti al soggiorno).

2. Avverso tale atto si deduce in ricorso:

a) che la pena de qua è stata sospesa dalla Corte d’Appello “nella ragionevole previsione” cheisoggetti ritenuti colpevolisi asterranno per il futuro dall’ulteriore delinquere”;

b) che si tratta “di reati commessi in un’unica occasione e ben più di 7 anni orsono (3.02.2010)”;

c) che il reato più grave (ricettazione) è stato accertato nelle forme previste dal comma 2 del medesimo articolo, ossia nella forma “di particolare tenuità”;

d) che nessuna valutazione circa la pericolosità sociale in concreto è stata effettuata dall’Amministrazione, la quale si è limitata “a citare la Sentenza di Condanna e a porla quale causa ostativa al rinnovo del permesso di soggiorno del ricorrente”;

e) che secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale non sarebbe ammissibile un simile automatismo espulsivo;

f) che il ricorrente è da circa tre anni, titolare della ditta “Le prime Pubblicità di Thioune Mame Serigne”, avente sede legale in Brescia e operante nel settore della vendita in forma ambulante di prodotti non alimentari, con la percezione:

– di un reddito nell’anno 2015 pari a € 8.120,00 (come da modello “Persone Fisiche 2016” prodotto in causa);

– di un utile nel 2016 di circa 7.200 euro (come da “Situazione Contabile al 31.12.2016”, sottoscritta da un Dottore Commercialista, pure prodotta);

– di un utile di 1.356 euro nei primi due mesi del 2017.

3. L’Amministrazione si è costituita in giudizio con controricorso di forma il 26 giugno 2017.

4. Ciò premesso, il Collegio ritiene di condividere il recentissimo orientamento espresso in subiecta materia dalla Sez. III del Consiglio di Stato.

Si tratta della sentenza 7/07/2017, n. 3351 che ha accolto l’appello proposto dallo straniero sulla base della dirimente considerazione (cfr. capo 3 della sentenza) per cui <<la Corte Costituzionale con la sentenza 27 marzo 2014, n. 58, ha affermato che le norme sulla rilevanza automatica delle condanne per reati contro il diritto d’autore e di quelle di cui agli articoli 473 e 474 del codice penale devono essere lette in senso costituzionalmente orientato per cui alla constatazione del disvalore sociale di tali comportamenti, sottolineato dal legislatore, deve accompagnarsi la disamina in concreto della pericolosità sociale dello straniero.

Alla luce dell’insegnamento del giudice delle leggi afferma il Collegio che la normativa applicata dall’Amministrazione enuncia un motivo di sospetto circa la legittimazione dello straniero a permanere nel territorio dello Stato, ma impone di confermare tale sospetto con un giudizio complessivo sulla sua condotta. Tutto ciò manca nel provvedimento impugnato (…)>>.

Tale giudizio complessivo sulla condotta della straniero manca anche nel decreto di cui qui si controverte, pur dando atto lo stesso decreto che il ricorrente è titolare di impresa individuale e che nel corso del procedimento ha depositato copia del modello Unico-Persone Fisiche 2015.

5. Ne consegue che – in accoglimento delle censure sintetizzate sub d) ed e) del precedente punto 2 – detto decreto deve essere annullato, ai fini di un complessivo riesame, da parte della Questura di Brescia, della pericolosità sociale in concreto del ricorrente che tenga conto dell’attività lavorativa dallo stesso svolta.

Poiché il richiamato precedente giurisprudenziale del Giudice amministrativo d’appello è posteriore all’adozione e notifica del provvedimento impugnato, le spese di lite possono essere compensate tra le parti, mentre – come ancora disposto in tale precedente – il contributo unificato va posto a carico dell’Amministrazione soccombente, con diritto del ricorrente al relativo rimborso.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia sezione staccata di Brescia (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei sensi e agli effetti del capo 5 della motivazione.

Spese compensate e contributo unificato a carico dell’Amministrazione dell’Interno.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Brescia nella camera di consiglio del giorno 12 luglio 2017 con l’intervento dei magistrati:

Giorgio Calderoni, Presidente, Estensore

Mauro Pedron, Consigliere

Stefano Tenca, Consigliere

articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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