Porto d’armi: non tutti i precedenti penali legittimano la revoca.

Una condanna definitiva per tentato furto di generi alimentari non è sufficiente a legittimare la revoca del porto d’armi.

Il Tar Trento con la sentenza n. 302/2017 ha affermato che una condanna penale per tentato furto in un supermercato non si traduce in un’automatica perdita dei requisiti morali e di affidabilità necessari a mantenere la licenza di porto d’armi.

Di conseguenza, il Tar ha annullato il provvedimento di revoca emesso dalla Questura.


Pubblicato il 10/11/2017

N. 00302/2017 REG.PROV.COLL.

N. 00098/2017 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa di Trento

(Sezione Unica)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 98 del 2017, proposto da -OMISSIS-, rappresentato e difeso dall’avvocato Stefano Pietro Galli, con domicilio eletto in Trento, via S. Vigilio n. 5, presso lo studio del predetto avvocato;

contro

il Ministero dell’Interno – Commissariato del Governo della Provincia di Trento, in persona del Ministro pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura dello Stato di Trento e per legge domiciliata in Trento, Largo Porta Nuova, n. 9;

per l’annullamento

dei seguenti atti: A) provvedimento del Commissario del Governo per Provincia di Trento prot. n. 2016/4079/36034/AREAI in data 29 dicembre 2016, notificato in data 27 gennaio 2017, con il quale è stato respinto il ricorso gerarchico presentato dal ricorrente avverso il provvedimento del Questore di Trento prot. n. 4872/P.A.S./Cat.6F/2016 in data 13 settembre 2016; B) provvedimento del Questore di Trento prot. n. 4872/P.A.S./Cat.6F/2016 in data 13 settembre 2016, con il quale è stata disposta nei confronti del ricorrente la revoca della licenza di porto di fucile per uso caccia; C) ogni altro atto presupposto, connesso o consequenziale

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero dell’Interno;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 26 ottobre 2017 il dott. Carlo Polidori e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO

1. Con nota del 14 giugno 2015 la Stazione Carabinieri di Spiazzo (TN) ha segnalato il signor -OMISSIS- all’Autorità giudiziaria per il reato di tentato furto di generi alimentari (sette confezioni di carne e tre confezioni di burro per un valore complessivo di euro 55,62) all’interno di un supermercato, reato aggravato dall’esposizione dei prodotti alla pubblica fede. Il procedimento penale conseguito a tale notizia di reato si è concluso con l’emissione, da parte del Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Trento, del decreto penale n. 440/15 in data 8 settembre 2015, divenuto esecutivo in data 17 novembre 2015, con il quale è stata irrogata al ricorrente la pena di euro 3.800,00 di multa, con sospensione condizionale della stessa. Nel frattempo, in data 3 ottobre 2015 al ricorrente è stato comunicato l’avvio del procedimento teso all’adozione di un provvedimento di revoca della licenza di porto di fucile per uso caccia. All’esito di tale procedimento il Questore della Provincia di Trento con l’impugnato provvedimento in data 13 settembre 2016 ha disposto nei confronti del ricorrente la revoca della licenza, rilasciata in data 29 giugno 2011, evidenziando in motivazione che «i fatti di cui l’interessato si è reso protagonista e la condotta dallo stesso tenuta in quella circostanza inducono a ritenere che il sig. -OMISSIS- allo stato attuale sia privo dei requisiti di buona condotta ed affidabilità necessari per i titolari di licenze di polizia in materia di armi, ponendo dubbi circa l’utilizzo in perfetta e completa sicurezza dell’autorizzazione di porto d’arma di cui è in possesso». Avverso tale provvedimento il ricorrente ha proposto ricorso gerarchico innanzi al Commissario del Governo per la Provincia di Trento, deducendo la violazione di legge e l’eccesso di potere sotto molteplici profili perché l’Autorità di polizia si sarebbe limitata a prendere atto acriticamente della intervenuta condanna penale, senza compiere alcuna valutazione concreta in ordine alla condotta tenuta, che integrerebbe una fattispecie di reato di particolare tenuità, tale da non implicare un giudizio di inaffidabilità in merito all’uso delle armi. Ciononostante il Commissario del Governo per Provincia di Trento con l’impugnato provvedimento in data 29 dicembre 2016 ha respinto il ricorso evidenziando in motivazione che: A) la condanna priva il ricorrente dei requisiti di buona condotta ed affidabilità, necessari per il possesso di una licenza di porto d’armi; B) non esiste nell’ordinamento un diritto a portare armi, quanto piuttosto un divieto generalizzato, configurandosi quindi la licenza di porto d’armi come un’eccezione alla regola; C) i provvedimenti limitativi in materia di armi, adottati al fine di prevenire la commissione di reati e, più in generale, pericoli per la pubblica sicurezza, conseguono a valutazioni ampiamente discrezionali, fermo restando che, ai fini del diniego o della revoca della licenza di porto d’armi, «è sufficiente un’erosione anche minima del requisito della totale affidabilità del soggetto».

2. Il ricorrente ha impugnato i provvedimenti in epigrafe indicati deducendo i seguenti motivi: violazione e/o erronea interpretazione degli articoli 11 e 43 del R.D. n. 18 giugno 1931, n. 773; eccesso di potere per carenza e contraddittorietà della motivazione, travisamento ed erronea valutazione delle circostanze di fatto, difetto assoluto di istruttoria e violazione del principio di proporzionalità. In particolare il ricorrente – premesso che l’esercizio del potere di revoca del porto d’armi è senz’altro connotato da elevata discrezionalità, in considerazione dei prevalenti fini di tutela preventiva ai quali il potere stesso è preordinato – osserva che il Giudice amministrativo, chiamato a pronunciarsi sulla legittimità di provvedimenti limitativi in materia di armi adottati ai sensi degli articoli 11, 39 e 43 del T.U.L.P.S., ha più volte affermato che la valutazione rimessa all’Autorità di pubblica sicurezza riveste carattere prognostico, dovendosi ritenere il provvedimento di revoca congruamente motivato qualora assunto in base a circostanze di fatto da cui possa desumersi il pericolo di un abuso delle armi da parte del titolare, oppure, più semplicemente, di una inaffidabilità dello stesso. Di conseguenza non tutti i fatti penalmente rilevanti (quale che sia il livello di certezza raggiunto in sede giudiziaria) possono essere ugualmente significativi ai fini della prognosi sull’abuso delle armi; difatti per tutte le fattispecie di reato nelle quali non solo manca l’impiego delle armi, ma che neppure danno alcuna indicazione indiretta riguardo ad una propensione all’abuso delle medesime, la possibilità di trarne elementi di valutazione ai fini del divieto del porto d’armi, se non esclusa in radice, è quanto meno remota e legata a particolari contingenze, da indicare in motivazione. Ciò posto i provvedimenti impugnati sarebbero illegittimi in quanto: A) la fattispecie di reato in questione, ossia il tentativo di furto di generi alimentari all’interno di un supermercato, non fornisce, di per sé, alcuna indicazione riguardo ad una propensione dell’interessato all’abuso delle armi; B) di conseguenza, il Questore prima ed il Commissario del Governo poi avrebbero dovuto indicare in motivazione gli elementi concreti dai quali emergerebbero la pericolosità sociale e la non affidabilità del ricorrente. Del resto la stessa comunicazione della notizia di reato redatta dai Carabinieri in data 14 giugno 2016 dava atto che la condotta contestata costituiva un episodio singolo e, per di più, di particolare tenuità, come palesato dalla tipologia e dal valore della merce oggetto del tentativo di furto, ovverossia sette confezioni di carne e tre confezioni di burro, del valore complessivo di appena euro 55,62. Inoltre lo stesso responsabile dell’esercizio commerciale ove si sono svolti i fatti dichiarava agli agenti intervenuti che il ricorrente al momento della contestazione del fatto aveva assunto un comportamento remissivo, ammettendo di non aver pagato parte della merce che aveva con sé e adducendo una mera dimenticanza a giustificazione della propria condotta. Infine l’irragionevolezza dei provvedimenti impugnati sarebbe comprovata: A) sia dal fatto che le circostanze innanzi indicate sono state tenute nella giusta considerazione dal Giudice per le Indagini Preliminari, che ha ritenuto di concedere la sospensione condizionale della pena stante la prognosi favorevole in ordine alla astensione del ricorrente dalla commissione di ulteriori reati; B) sia dal fatto che l’Autorità di pubblica sicurezza ha omesso di svolgere un’adeguata istruttoria in ordine alla condotta di vita sino a quel momento tenuta dal ricorrente, che è persona conosciuta e stimata dalla comunità e conduce una vita familiare e lavorativa regolare.

3. L’Amministrazione dell’interno si è costituita in giudizio per resistere al ricorso e con memoria depositata in data 24 luglio 2017 ha insistito per la reiezione delle suesposte censure evidenziando, tra l’altro, che il ricorrente non ha proposto opposizione al decreto penale di condanna e, sebbene notiziato dell’avvio del procedimento definito con l’adozione dell’impugnato provvedimento di revoca, non ha presentato osservazioni.

4. Il ricorrente con memoria depositata in data 25 settembre 2017, nell’insistere per l’accoglimento del ricorso, ha replicato alle considerazioni svolte in memoria da controparte osservando che: A) la sua mancata partecipazione al procedimento amministrativo non può essere qualificata come un elemento idoneo a giustificare la revoca del porto d’armi; B) nessun rilievo assume in questa sede la sua decisione di non proporre opposizione al decreto penale di condanna, frutto di una valutazione connessa all’esigenza di evitare qualsivoglia pubblicità della vicenda.

5. Alla pubblica udienza del 26 ottobre 2017 la causa è stata chiamata e trattenuta in decisione.

DIRITTO

1. Il Collegio ritiene che le censure incentrate sul difetto di istruttoria e sulla carenza di motivazione siano fondate e meritino quindi di essere accolte, alla luce delle seguenti considerazioni.

2. Innanzi tutto non possono assumere rilevanza decisiva gli argomenti difensivi addotti dall’Amministrazione resistente nella memoria depositata in data 24 luglio 2017. Quanto alla mancata partecipazione del ricorrente al procedimento, si deve rammentare che l’art. 10 della legge n. 241/1990 configura come un vero e proprio “diritto” dell’interessato la facoltà di “presentare memorie scritte e documenti, che l’amministrazione ha l’obbligo di valutare ove siano pertinenti all’oggetto del procedimento”. Pertanto, mentre nel caso di esercizio di tale diritto sorge l’obbligo dell’Amministrazione di tenere nella dovuta considerazione le osservazioni dell’interessato, di converso non può ritenersi che il mancato esercizio del diritto si traduca in una sorta di acquiescenza rispetto all’esercizio del potere preannunciato con la comunicazione di avvio del procedimento, in carenza di espressa previsione normativa in tal senso. In definitiva, l’unico effetto del mancato esercizio del diritto è costituito da un alleggerimento dell’obbligo di motivazione posto dall’art. 3 della legge n. 241/1990 e, quindi, passando alla fattispecie in esame, il passo dell’impugnato provvedimento di rigetto del ricorso gerarchico, ove viene evidenziato che “nella procedura in esame è risultata soddisfatta la garanzia di partecipazione del ricorrente, il quale non ha peraltro ritenuto di intervenire” sta ad indicare soltanto che il Questore non ha motivato in ordine alle osservazioni dell’interessato perché questi non ha ritenuto di partecipare al procedimento.

3. Quanto alla mancata presentazione dell’opposizione al decreto penale di condanna, giova rammentare che: A) nel caso in esame la revoca della licenza di porto di fucile è stata disposta ai sensi dell’art. 43, comma 2, del T.U.L.P.S., secondo il quale la licenza “può essere ricusata” a coloro che sono stati condannati per delitto diverso da quelli menzionati al comma 1 e a chi “non può provare la sua buona condotta o non dà affidamento di non abusare delle armi”; B) a differenza della fattispecie di cui all’art. 43, comma 1, del T.U.L.P.S., nella quale, secondo la giurisprudenza (ex multis, Consiglio di Stato, Sez. III, 18 maggio 2016, n. 2019), è precluso il rilascio di licenze di porto d’anni e s’impone la revoca di quelle già rilasciate nei confronti di chi sia stato condannato per uno dei reati ivi indicati, nella fattispecie dell’art. 43, comma 2, l’Autorità di pubblica sicurezza è tenuta ad operare una valutazione, caratterizzata da ampia discrezionalità, al fine di prevenire, per quanto possibile, l’abuso di armi da parte di soggetti non pienamente affidabili, tanto che il giudizio di non affidabilità è giustificabile anche in situazioni che non hanno dato luogo a condanne penali o all’applicazione di misure di pubblica sicurezza, ma a situazioni genericamente non ascrivibili a buona condotta (Consiglio di Stato, sez. III, 10 agosto 2016, n. 3590). Ne consegue che la scelta dell’interessato di non proporre opposizione al decreto penale di condanna non costituisce, di per sé, un elemento decisivo ai fini della valutazione di cui all’art. 43, comma 2, anche perché – come evidenziato dal ricorrente – tale scelta ben potrebbe essere frutto di una valutazione connessa all’esigenza di evitare la pubblicità che inevitabilmente assumono le vicende oggetto di un dibattimento penale.

4. Passando alla disamina delle motivazioni poste a fondamento del provvedimento di rigetto del ricorso gerarchico, giova preliminarmente evidenziare come la giurisprudenza abbia precisato, in più occasioni (ex multis, Consiglio di Stato, Sez. III, 23 maggio 2017, n. 2404), che nel nostro ordinamento l’autorizzazione alla detenzione e al porto di armi deve considerarsi un’eccezione alla regola e che le esigenze di incolumità di tutti i cittadini sono assolutamente prevalenti e prioritarie, per cui la richiesta di porto d’armi può essere soddisfatta solo laddove non sussista alcun pericolo che il soggetto possa abusarne, richiedendosi che l’interessato sia esente da mende e al di sopra di ogni sospetto o indizio negativo, in modo tale da scongiurare pericoli per l’ordine e la sicurezza pubblica. Pertanto, la revoca o il diniego dell’autorizzazione possono essere adottati sulla base di un giudizio ampiamente discrezionale circa la prevedibilità dell’abuso delle armi, potendo assumere rilevanza anche fatti isolati, ma significativi (Consiglio di Stato, Sez. III, 31 ottobre 2014, n. 5398), e potendo l’Amministrazione valorizzare sia fatti di reato, sia vicende e situazioni personali che non assumano rilevanza penale, anche non attinenti alla materia delle armi, da cui si possa desumere la non completa affidabilità all’uso delle stesse (Consiglio di Stato, Sez. III, 29 luglio 2013, n. 3979). Rilevano in particolare, oltre alle manifestazioni di aggressività verso le persone, anche senza l’impiego di armi, ed alle manifestazioni di scarso equilibrio o scarsa capacità di autocontrollo, la vicinanza ad ambienti della criminalità organizzata (Consiglio di Stato, Sez. III, 6 giugno 2016, n. 2406) e finanche la frequentazione di persone gravate da procedimenti penali e di polizia (Consiglio di Stato, Sez. III, 16 dicembre 2016, n. 5352). Peraltro, riguardo alla commissione di fatti costituenti reato, la giurisprudenza (Consiglio di Stato, Sez. III, 21 aprile 2015, n. 2009) ha precisato che non tutti i fatti penalmente rilevanti (quale che sia il livello di certezza raggiunto in sede giudiziaria) possono ritenersi ugualmente significativi ai fini del giudizio prognostico sull’abuso delle armi; difatti si devono distinguere: A) i casi nei quali vengono in rilievo reati commessi mediante l’uso o l’abuso delle armi, per effetto dei quali l’inaffidabilità del soggetto emerge ictu oculi, sicché il divieto di detenzione delle armi non abbisogna, in genere, di altra motivazione; B) i casi nei quali, pur mancando una diretta relazione con l’uso delle armi, i reati risultano comunque rilevanti ai fini del divieto, siccome indicativi di una personalità portata alla violenza contro le persone; C) i casi nei quali non solo manca l’impiego delle armi nella commissione del reato, ma neppure si ravvisa, almeno in prima approssimazione e secondo il comune sentire, alcuna indicazione riguardo ad una propensione all’abuso delle armi, sicché la possibilità di trarre dal fatto elementi di valutazione ai fini del divieto, se non è esclusa in radice, è tuttavia quanto meno remota e legata a particolari contingenze, da esplicitare in motivazione. Emblematica, riguardo a quest’ultima casistica, appare la fattispecie in relazione alla quale è stato affermato (Consiglio di Stato, Sez. III, 12 luglio 2016, n. 3092) che non è sufficiente per giustificare la revoca della licenza per porto d’armi il riferimento ad una sentenza di patteggiamento per reati fiscali, se all’interessato, detentore per decenni di armi per l’esercizio della caccia, non può essere imputato alcunché riguardo alla correttezza nella custodia e nell’uso delle armi medesime.

5. Poste tali premesse il ricorso in esame deve essere accolto perché il reato addebitato al ricorrente non appare, di per sé, significativo del pericolo di abuso delle armi ed i provvedimenti impugnati risultano carenti di adeguata motivazione in quanto: A) il Questore non ha illustrato il percorso logico-giuridico attraverso il quale il fatto commesso dal ricorrente viene assunto come un elemento indiziario della ridotta affidabilità in materia di detenzione di armi; B) tale motivazione si rendeva necessaria se si considerano le molteplici circostanze poste in rilievo dal ricorrente e, in particolare, che il reato non è stato commesso facendo uso delle armi e si configura come un episodio singolo e, per di più, di particolare tenuità, che il ricorrente al momento della contestazione del fatto non ha assunto un comportamento violento, che non vi è contestazione in ordine alla condotta di vita tenuta sino a quell’episodio e che il ricorrente medesimo risulta titolare della licenza di porto di fucile per uso caccia sin dal giugno 2011; C) anche il Commissariato del Governo si è limitato ad affermare che la condanna riportata dal ricorrente lo priva dei requisiti di buona condotta ed affidabilità, senza tener conto delle predette circostanze.

6. Per l’effetto si deve disporre l’annullamento dei provvedimenti impugnati, fatti salvi gli eventuali ulteriori provvedimenti dell’Autorità di pubblica sicurezza .

7. Le spese relative al presente giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa della Regione autonoma Trentino – Alto Adige / Südtirol, sede di Trento, definitivamente pronunciando sul ricorso n. 98 del 2017, lo accoglie e, per l’effetto, annulla i provvedimenti impugnati.

Condanna l’Amministrazione resistente al pagamento, in favore del ricorrente, delle spese del presente giudizio, che si liquidano in complessivi euro 1.000,00 (mille/00), oltre accessori legge, nonché alla rifusione del contributo unificato.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1, del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare la persona del ricorrente.

Così deciso in Trento nella camera di consiglio del giorno 26 ottobre 2017 con l’intervento dei magistrati:

Roberta Vigotti, Presidente

Carlo Polidori, Consigliere, Estensore

Antonia Tassinari, Consigliere

13/11/2017, articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

2 pensieri su “Porto d’armi: non tutti i precedenti penali legittimano la revoca.”

  1. Mi sembra giusto , a me sta succedendo la stessa cosa .dopo 22 anni , per un piccolo incidente giudiziario e senza armi in mano, l’ Hanno dopo aver fatto scuola per maneggio armi, mi presentai in questura a Rimini, e non venne accettata la domanda per detenzione d”arma ad uso
    Sportivo , chi mi può indicare i passi giusti da fare? Grazie

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    1. Non esiti a rivolgersi a un avvocato per impunare il provvedimento. Spesso le Questure rigettano frettolosamente le istanze di concessione di porto d’armi per la presenza di qualsiasi precedente penale senza procedere a una reale valutazione dell’affidabilità del richiedente.
      Per ogni eventuale approfondimento può contattarmi tramite la pagina “Contatti” di questo sito.
      Avv. Noemi Muntoni

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