Porto d’armi: illegitimo diniego di rinnovo per DASPO al figlio del richiedente.

Il provvedimento di rigetto dell’istanza di rinnovo della licenza di porto d’armi è illegittimo se si basa su una mera segnalazione all’Autorità Giudiziaria per minacce e sull’emissione di un DASPO nei confronti del figlio del richiedente.

Il Tar Sicilia, sez. Palermo, con sentenza n. 2421/2017 ha affermato che la motivazione  del provvedimento di diniego del rinnovo della licenza di porto d’armi è insufficiente se basata sul fatto che il richiedente sia stato deferito all’Autorità Giudiziaria per minacce e ingiuria, senza che sia seguito un procedimento penale, nonchè per il fatto che il figlio del richiedente sia stato destinatario di un DASPO. In particolare, la semplice segnalazione alla A.G. non sfociata in provvedimenti giudiziari non è sufficiente a giustificare una valutazione di pericolosità dell cittadino che richiede il titolo. Analogo discorso vale per il DASPO emesso nei confronti del figlio, anche in considerazione che detto provvedimento risultava risalente nel tempo e già scaduto.

Di conseguenza, il Tribunale Palermitano ha annullato il diniego in questione.


Pubblicato il 26/10/2017

N. 02421/2017 REG.PROV.COLL.

N. 01160/2016 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1160 del 2016, proposto da:
Rosario Galanti, rappresentato e difeso dagli avvocati Giuseppe Nicastro, Vito Provenzano, con domicilio eletto presso lo studio dell’avv. Vito Provenzano sito in Palermo, viale Francesco Scaduto N.2/D;

contro

Ministero dell’Interno, Questura di Palermo, in persona dei legali rappresentanti p.t., rappresentati e difesi per legge dall’Avvocatura distrettuale dello Stato, domiciliataria, con uffici siti in Palermo, via A. De Gasperi, 81;

per l’annullamento

– del decreto Divisione P.A.S.I./Cat. 6.F/2016 del 27.1.2016 del Questore della Provincia di Agrigento con il quale è stata rigettata l’istanza presentata dal ricorrente tesa ad ottenere il rinnovo della licenza di porto di fucile uso tiro a volo;

– (ove occorra e per quanto di ragione) della nota ctg. 6F del 19.11.2015 della questura di Agrigento contenente l’avviso ex art. 10 bis L. n. 241/90 e ss.mm.ii. dei motivi asseritamente ostativi all’accoglimento dell’istanza sopra menzionata;

– nonché degli atti tutti presupposti, connessi e consequenziali.

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio dell’Avvocatura distrettuale dello Stato per le Amministrazioni intimate;

Vista l’ordinanza n. 650 del 27/05/2016 sulla domanda cautelare;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 18 maggio 2017 il dott. Roberto Valenti e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

Con ricorso notificato il 13 aprile 2016 e depositato il 4 maggio successivo, il ricorrente ha impugnato, chiedendone l’annullamento previa sospensione degli effetti, il provvedimento con cui l’Amministrazione ha denegato il rinnovo del porto di fucile avendo riscontrato elementi ostativi di seguito meglio descritti.

Il ricorso è affidato a quattro motivi di censura con cui si contesta la violazione di legge e l’eccesso di potere, sotto diversi profili.

Si è costituita l’Avvocatura distrettuale di Palermo per le Amministrazioni intimate.

Con ordinanza n. 650 del 27/05/2016 la domanda cautelare è stata accolta ai sensi dell’art. 55 comma 10 c.p.a. ai fini della fissazione della pubblica udienza di trattazione nel merito, in prossimità della quale l’Avvocatura distrettuale dello Stato ha depositato memoria (12/4/2017), cui parte ricorrente ha replicato (26/4/2017) insistendo per l’accoglimento del ricorso.

Alla pubblica udienza del 28 maggio 2017 il ricorso è stato assunto per la decisione.

Il ricorso è fondato e va accolto per le considerazioni che seguono.

Il provvedimento qui impugnato, a fronte del ventennale possesso da parte del ricorrente del titolo d polizia di che trattasi, è motivato alla stregua dei seguenti rilievi: a) che in data 04/02/2014 il ricorrente, unitamente alla moglie, sarebbe stato segnalato all’A.G. per ingiuria e minacce; B) che il figlio convivente Galanti Angelo nel 2006 sarebbe stato sottoposto alla misura del DASPO.

Da tali elementi l’amministrazione, nell’esercizio del suo potere discrezionale, valorizzando “anche lo stretto vincolo familiare”, ha ritenuto “che non sussiste l’assoluto ed incondizionato affidamento che non si abusi delle armi”.

Ritiene il Collegio di dover in questa sede di merito ribadire l’orientamento già esposto nell’ordinanza cautelare sopra menzionata, considerato che i motivi posti a base dell’impugnato diniego, in buona parte non riferibili alla sua persona, appaiono in effetti del tutto generici.

Ed invero, come controdedotto con nella memoria di replica, la mera segnalazione non risulta essere approdata all’esercizio dell’azione penale; inoltre nella nota del 20.08.2015 il Commissariato di Polizia di Licata afferma che sul conto del ricorrente “dagli atti giudiziari nulla risulta”; né la Legione Carabinieri Sicilia, Stazione di Licata, con la nota 11.6.2015 riesce a fornire ulteriori elementi in ordine all’esito della querela sporta contro il Galanti per ingiuria e minacce.

Come già evidenziato da questa Sezione con la sentenza 6 febbraio 2017, n. 340, la sussistenza di una segnalazione all’autorità giudiziaria, in assenza di una compiuta istruttoria da cui desumere ulteriori elementi idonei a comprovare il venir meno del requisito dell’affidabilità sull’uso delle armi, non appare idonea da sola a supportare il provvedimento di revoca della licenza di porto di fucile. Né tali elementi, nel caso in esame, possono essere desunti dall’emanazione, nel 2006, di un provvedimento di DASPO a carico del figlio minore del ricorrente: sia in quanto tale elemento non riguarda direttamente il titolare del rinnovando titolo di polizia, sia in ragione comunque della risalenza nel tempo del medesimo provvedimento, ormai scaduto.

Alla stregua di quanto precede, risultano fondati tutti i motivi di doglianza, sostanzialmente sovrapponibili e qui contestualmente scrutinati, con i quali, sotto diversi profili, si contesta la violazione degli artt. 11, 42, e 43 T.U.L.P.S., dell’art. 6, comma 1 L. 401/1989, dell’art. 3 L.241790 dell’art. 97 Cost. e l’eccesso di potere.

In conclusione, attesa la carenza di istruttoria e di motivazione da cui desumere la sussistenza dei presupposti per il corretto esercizio del potere discrezionale di cui è munita l’autorità prefettizia nel ricusare i titoli di polizia, il ricorso va accolto e per l’effetto va annullato il provvedimento impugnato.

Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato.

Condanna l’Amministrazione al pagamento delle spese di lite in favore del ricorrente che liquida in complessivi € 800,00 (Euro ottocento/00), oltre accessori come per legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Palermo nella camera di consiglio del giorno 18 maggio 2017 con l’intervento dei magistrati:

Calogero Ferlisi, Presidente

Giovanni Tulumello, Consigliere

Roberto Valenti, Consigliere, Estensore

3/11/2017, articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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