Porto d’armi: la pendenza di un procedimento penale non è sufficiente per il diniego del rinnovo.

La presenza di un procedimento penale a carico del richiedente non legittima di per sè il diniego del rinnovo della licenza di porto d’armi.

Il Tar Emilia Romagna, sez. Bologna, con la sentenza n. 660/2017, ha affermato che la Questura, in sede di rinnovo di porto d’armi per uso da caccia, deve motivare adeguatamente l’eventuale diniego, non potendosi limitare a richiamare la presenza di un procedimento penale pendente davanti al Giudice di Pace per fatti di poco conto.


Pubblicato il 03/10/2017

N. 00660/2017 REG.PROV.COLL.

N. 01452/2009 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Emilia Romagna

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1452 del 2009, proposto da:
Andrea Casini, rappresentato e difeso dall’avv. Erika Mantovani, con domicilio eletto presso lo studio Cristina Giacomelli in Bologna, via D’Azeglio 31;

contro

Questura di Modena, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa per legge dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato, anche domiciliataria in Bologna, via Guido Reni 4;

per l’annullamento

del decreto del 22.9.2009 con cui il Questore di Modena ha respinto l’istanza del ricorrente per il rinnovo rilascio della licenza di porto di fucile per uso caccia;

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio della Questura di Modena;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 21 settembre 2017 il dott. Ugo De Carlo e uditi per le parti i difensori Erika Mantovani e Silvia Bassani;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

Il ricorrente impugnava il provvedimento che aveva respinto il rinnovo della licenza per porto di fucile da caccia poiché all’epoca esisteva un procedimento penale a suo carico per lesioni personali, percosse e minacce.

L’unico motivo di ricorso denuncia un difetto di motivazione poiché il provvedimento si limita a riportare gli articoli del codice penale che indicano i reati per cui è pendente processo senza far riferimento ad episodi concretamente verificatosi e su cui fondare il proprio giudizio discrezionale.

Peraltro si tratta di un processo penale innanzi al Giudice di Pace promosso con ricorso diretto dal fratello del ricorrente e di cui il ricorrente ha appreso l’esistenza solo successivamente alla comunicazione dell’avvio del procedimento per il diniego del rinnovo.

La vicenda in sé avrebbe dovuto suscitare molti dubbi poiché le accuse di Ferando casini ai suoi due fratelli erano smentite dalla testimonianza della madre e non erano suffragate da documentazione medica.

Alla camera di consiglio del 14.1.2010, la richiesta cautelare veniva riunita al merito.

Il ricorso è fondato.

La Questura, tenuto conto della particolare natura del processo pendente che nasceva da un ricorso diretto del fratello del ricorrente al Giudice di Pace all’interno di una situazione di dissapori familiari per motivi economici, avrebbe dovuto valutare in concreto se la condotta tenuta dal ricorrente faceva venir meno l’affidabilità circa la detenzione e l’uso delle armi.

Di tutto ciò non vi è traccia nel provvedimento impugnato e pertanto il difetto di motivazione è palese; l’esistenza di un processo penale di per sé non è causa di revoca di una licenza concessa in precedenza o di mancato rinnovo come nel caso di specie. La Questura deve esercitare la sua discrezionalità amministrativa valutando i fatti accaduti nella prospettiva della loro incidenza sul giudizio di affidabilità. Possono verificarsi dei casi in cui una condanna penale non giustifica un provvedimento sanzionatorio da parte dell’autorità di polizia, mentre al contrario l’assoluzione può non far venir meno il giudizio negativo su certe condotte.

A riprova della scarsa valutazione in concreto della vicenda, successivamente alla presentazione del ricorso è intervenuta la remissione di querela da parte del fratello. Paradossalmente se si fosse approfondito il contenuto della querela del fratello del ricorrente, potevano emergere dei fatti significativi che potevano giustificare il mancato rinnovo nonostante la remissione di querela.

Come accade talvolta l’autorità amministrativa si è trincerato dietro l’esistenza di un processo penale senza esercitare le sue valutazioni che ovviamente non riguardano la colpevolezza o meno del possessore di un’autorizzazione in materia di armi, ma la rilevanza della vicenda fino a quel momento accertata sul giudizio di affidabilità.

Il provvedimento va, quindi, annullato con condanna dell’Amministrazione alle spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l’Emilia Romagna, Sezione Prima, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato.

Condanna il Ministero dell’Interno a rifondere le spese di giudizio che liquida in € 2.000 oltre accessori ed alla restituzione del contributo unificato ove versato.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Bologna nella camera di consiglio del giorno 21 settembre 2017 con l’intervento dei magistrati:

Giuseppe Di Nunzio, Presidente

Umberto Giovannini, Consigliere

Ugo De Carlo, Consigliere, Estensore

19/10/2017, articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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