Non è sufficiente un precedente penale per rigettare la richiesta di cittadinanza.

L’amministrazione deve valutare complessivamente l’integrazione nel Paese del richiedente la cittadinanza, non essendo sufficiente un generico richiamo a una condanna penale a giustificare il rigetto dell’istanza.

Il Tar Lazio, sez. Roma, con la sua sentenza n. 9928/2017, è intervenuta per ribadire come la cittadinanza per residenza decennale, ai sensi dell’art. 9, comma 1, lettera f), della legge n. 91 del 1992, si basa, secondo l’interpretazione giurisprudenziale, sull’effettivo inserimento del richiedente nella comunità nazionale.

Nel caso di specie, il Ministero dell’Interno si limitava a argomentare il diniego sulla base di una sentenza di condanna per la violazione degli articoli 582 e 110 c.p. e dell’articolo 4 della legge n. 110 del 1975, considerata “indice di inaffidabilità del ricorrente e di una non compiuta integrazione nella comunità nazionale”, senza, peraltro, alcun riferimento concreto allo specifico fatto commesso, oggetto della valutazione sfavorevole all’accoglimento dell’istanza presentata. Da ciò è derivato una carenza motivazionale che ha giustificato l’annullamento dell’atto impugnato.


Pubblicato il 26/09/2017

N. 09928/2017 REG.PROV.COLL.

N. 11297/2014 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Seconda Quater)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 11297 del 2014, proposto da:
Md Mostafizur Rahman, rappresentato e difeso dagli avvocati Luigi Passalacqua, Francesco Vaccaro, con domicilio eletto presso lo studio Francesco Vaccaro in Roma, via degli Scialoja, 3;

contro

Ministero dell’Interno, rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura Generale Dello Stato, con domicilio in Roma, via dei Portoghesi, 12;

per l’annullamento

del provvedimento di rigetto della istanza di concessione della cittadinanza italiana sensi dell’art. 9 comma 1 lett. f) l. n. 91/92 ( K 10/ 342634).

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Ministero dell’Interno;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 18 luglio 2017 la dott.ssa Cecilia Altavista e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

Con il presente ricorso è stato impugnato il provvedimento del Ministero dell’Interno del 30 gennaio 2014, con il quale è stata respinta la domanda di concessione della cittadinanza italiana, presentata dal ricorrente, ai sensi dell’art. 9, lettera f), della legge n. 91 del 5-2-1992 (straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica), il 4 dicembre 2012. Il Ministero dell’Interno ha basato il provvedimento su una sentenza di condanna del Tribunale di Roma del 6 dicembre 2011 per violazione degli articoli 582 e 110 c.p. e dell’articolo 4 della legge n. 110 del 1975, considerata “indice di inaffidabilità del ricorrente e di una non compiuta integrazione nella comunità nazionale”.

Va precisato che l’amministrazione comunicava il preavviso di diniego al richiedente, con nota del 7 maggio 2013 che veniva restituita agli Uffici con la dicitura “sconosciuto”.

In sede di ricorso sono stati proposti i seguenti motivi di censura:

– violazione dell’articolo 10 bis della legge n. 241 del 1990 per la mancata comunicazione di avvio del procedimento;

– violazione dell’articolo 9 comma 1 lettera f) della legge n. 91 del 1992; dell’art. 6 della legge n. 241 del 1990, carenza di istruttoria; travisamento die fatti, errore nei presupposti;

– violazione dell’articolo 3 della legge n. 241 del 1990; difetto di motivazione;

– disparità di trattamento; violazione dell’art. 3 della Costituzione.

Si è costituita in giudizio l’Avvocatura generale dello Stato con atto di forma.

Con ordinanza n. 4006 del 2016 questo Tribunale disponeva a carico dell’Amministrazione l’onere istruttorio di produrre la documentazione sulla scorta della quale era stata assunta dagli Uffici la determinazione di rigetto della richiesta di cittadinanza qui impugnata, in particolare i precedenti penali sulla base dei quali era stato effettuato il giudizio di mancata integrazione nella comunità nazionale; in mancanza di adempimento da parte dell’Amministrazione l’incombente istruttorio è stato reiterato con ordinanza n. 12444 del 2016.

All’udienza pubblica del 18 luglio 2017 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

Il ricorso è fondato.

Osserva il Collegio che, in tutte le ipotesi di concessione della cittadinanza, ai sensi dell’art. 9 della legge n. 91 del 1992, l’Amministrazione gode di un ampio potere di valutazione discrezionale circa l’esistenza di una avvenuta integrazione dello straniero in Italia, tale da poterne affermare la compiuta appartenenza alla comunità nazionale. Deve essere, infatti, richiamato il costante orientamento della giurisprudenza amministrativa in tema di concessione della cittadinanza per cui un tale provvedimento non costituisce atto dovuto in presenza dei presupposti di legge, implicando una valutazione discrezionale dell’amministrazione circa la possibilità che lo straniero sia ammesso a far parte della comunità nazionale. Secondo l’interpretazione giurisprudenziale, tale discrezionalità si esplica in un potere valutativo circa la avvenuta integrazione dello straniero nella comunità nazionale sotto molteplici profili. In particolare, la discrezionalità non può che tradursi in un apprezzamento di opportunità circa lo stabile inserimento dello straniero nella comunità nazionale, sulla base di un complesso di circostanze, atte a dimostrare l’integrazione del soggetto interessato nel tessuto sociale, sotto il profilo delle condizioni lavorative, economiche, familiari e di irreprensibilità della condotta (Consiglio di Stato n. 5913 del 2011; n. 282 del 2010; Tar Lazio sez seconda quater n. 5665 del 2012; n. 3547 del 2012; n. 1833 del 2015).

La concessione della cittadinanza italiana – lungi dal costituire per il richiedente una sorta di diritto che il Paese deve necessariamente e automaticamente riconoscergli ove riscontri la sussistenza di determinati requisiti e l’assenza di fattori ostativi – rappresenta il frutto di una meticolosa ponderazione di ogni elemento utile al fine di valutare la sussistenza di un concreto interesse pubblico ad accogliere stabilmente all’interno dello Stato comunità un nuovo componente e dell’attitudine dello stesso ad assumersene anche tutti i doveri ed oneri. Si tratta, altrimenti detto, di apprezzare, oltre alla residenza decennale ed all’inesistenza di fattori ostativi, la sussistenza di ulteriori elementi che giustificano la concessione e motivano “l’opportunità di tale concessione”. E tanto anche al fine di evitare che, attraverso il conferimento dello status civitatis, lo straniero, che non rinuncia nel contempo alla cittadinanza di origine, possa divenire cittadino, pur non condividendo integralmente l’appartenenza alla Comunità nazionale.

Inoltre, essendo affidato ad una valutazione ampiamente discrezionale, il controllo demandato al giudice, avendo natura estrinseca e formale, non può spingersi al di là della verifica della ricorrenza di un sufficiente supporto istruttorio, della veridicità dei fatti posti a fondamento della decisione e dell’esistenza di una giustificazione motivazionale che appaia logica, coerente e ragionevole (cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 9 novembre 2011 n. 5913; Tar Lazio II quater n.9069 del 2015).

Nel caso di specie, il provvedimento di diniego di concessione della cittadinanza italiana risulta motivato sulla base di una sentenza di condanna per la violazione degli articoli 582 e 110 c.p. e dell’articolo 4 della legge n. 110 del 1975, considerata “indice di inaffidabilità del ricorrente e di una non compiuta integrazione nella comunità nazionale”, senza, peraltro, alcun riferimento concreto allo specifico fatto commesso.

Inoltre, in presenza di contestazione mossa in ricorso alla stessa circostanza di fatto della intervenuta condanna, l’Amministrazione non ha provveduto a depositare alcuna documentazione relativa ai precedenti penali del ricorrente, neppure a seguito delle ordinanze istruttorie del Tribunale.

Ritiene dunque il Collegio, anche facendo applicazione della disposizione dell’art. 64 comma c.p.a., per cui il giudice può trarre argomenti di prova dal comportamento processuale delle parti, che non sia stata raggiunta alcuna prova delle effettive circostanze di fatto sulla base delle quali l’Amministrazione ha tratto il proprio giudizio di inaffidabilità e mancata integrazione nella comunità nazionale.

La cittadinanza per residenza decennale, ai sensi dell’art. 9, comma 1, lettera f), della legge n. 91 del 1992, si basa secondo l’interpretazione giurisprudenziale, sull’effettivo inserimento del ricorrente nella comunità nazionale. La giurisprudenza della Sezione, ha già affermato che l’Amministrazione può valutare non solo precedenti penali del richiedente, ma anche solo quelli giudiziari o alcune condotte ritenute in contrasto con gli interessi della comunità nazionale. Le valutazioni finalizzate all’accertamento di una responsabilità penale si pongono, infatti, su di un piano assolutamente differente ed autonomo rispetto alla valutazione del medesimo fatto ai fini dell’adozione di un provvedimento amministrativo con la possibilità che le risultanze fattuali oggetto della vicenda penale possono valutarsi negativamente, sul piano amministrativo, anche a prescindere dagli esiti processuali (Tar Lazio, Sez. II quater, n. 7723 del 2012; 1833 del 2015). La valutazione discrezionale posta a base della concessione della cittadinanza implica anche l’opportunità di evitare di inserire nella comunità nazionale chi, con la propria condotta, non mostri di condividere alcuni valori dell’ordinamento giuridico ritenuti meritevoli di tutela anche a livello penale, valori la cui trasgressione può ben essere considerata indicativa di un non adeguato livello di integrazione (T.A.R. Lazio, Sez. II quater, n. 13542 del 2015).

Nel caso di specie, la motivazione del provvedimento non fa riferimento ad alcuna concreta circostanza di fatto (anche relativa alla condanna, eventualmente pronunciata a carico del ricorrente) oggetto della valutazione sfavorevole all’accoglimento dell’istanza presentata.

La valutazione operata dal Ministero, quindi, pur nei limiti del sindacato giurisdizionale in materia di cittadinanza, si configura viziata sotto il profilo del difetto di motivazione e di istruttoria.

Tali circostanze, unite alla mancata risposta alle reiterate ordinanze istruttorie, comportano – essendo il provvedimento impugnato basato su un assunto (l’emersione istruttoria di una sentenza di condanna tale da non rendere opportuna la concessione della cittadinanza) rivelatosi, di fatto, privo del minimo supporto e, dunque, apodittico – l’accoglimento del gravame.

Sotto i profili sopra indicati il ricorso è fondato e deve essere accolto con annullamento del provvedimento impugnato, salve le ulteriori valutazioni dell’Amministrazione.

L’accoglimento per tale motivo di ricorso comporta l’assorbimento delle ulteriori censure compresa quella relativa alla violazione dell’art. 10 bis della legge n. 241 del 1990.

In considerazione della particolarità della materia in questione sussistono giusti motivi per al compensazione delle spese processuali.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Quater), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato nei limiti di cui in motivazione, salva l’ulteriore attività amministrativa.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 18 luglio 2017 con l’intervento dei magistrati:

Leonardo Pasanisi, Presidente

Stefano Toschei, Consigliere

Cecilia Altavista, Consigliere, Estensore

27/09/2017, articolo dell’Avv. Luca Foscoliano

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